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Prima Guerra Mondiale e Medio Oriente

graduata micheleIntervento dell’on.Michele Graduata all’iniziativa che si è svolta lo scorso 1 dicembre dal titolo: LE CONSEGUENZE DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE SUL MEDITERRANEO ALLARGATO.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel celebrare il 4 Novembre scorso a Trieste il centenario della fine della Prima guerra mondiale, ha insistito sui temi della pace, della democrazia e dell’ Europa. Alla fine ha invitato tutti noi, soprattutto le nuove generazioni, a non dimenticare. Qualche giorno dopo a Parigi, alla presenza di numerosi capi di stato, il presidente francese Macron e la cancelliera Merckel hanno indicato il nazionalismo fra le cause della guerra e hanno lanciato l’allarme contro i pericoli di una sua riproposizione in Europa sotto le sembianze del sovranismo.

Perché questi ammonimenti e questi allarmi?

La risposta a questi interrogativi, a mio avviso, va ricercata nel fatto che nel corso degli ultimi decenni, a mano a mano che in Europa e nel nostro paese si affievoliva l’elaborazione e la diffusione di un pensiero critico, di pari passo si affermava un pensiero debole che, prima, ha cancellato qualsiasi idea di futuro diverso e, poi, ha criminalizzato, delegittimato, ed infine rottamato il passato.

Viviamo ormai in un eterno presente, che le attuali classi dirigenti cercano ogni giorno di riempire con abbondanti dosi di pressappochismo culturale e con altrettanti dosi di involuzione politica e democratica. Si tratta di una vera e propria tragedia che, prima, viene messa in scena sui social banalizzandola e, poi, attraverso la Tv trasformata in spettacolo.

Non dimenticare, perciò, non significa limitarsi a commemorare o a glorificare il proprio passato, ma innanzitutto conoscerlo e reinterpretarlo alla luce delle novità intervenute, per dirigere il presente e costruire un futuro diverso.

Animato da questo spirito, mi soffermo prima brevemente sull’accumularsi delle cause internazionali, economiche, politiche e culturali che portarono all’attentato di Sarajevo e allo scoppio della guerra.

Per quanto riguarda il contesto internazionale, all’inizio del secolo il mondo era globalizzato e sotto l’egida del capitalismo; al centro del mondo vi era l’Europa e al centro dell’Europa vi era l’Inghilterra; Il sistema monetario internazionale era il Gold Standard che si reggeva sull’oro e sui cambi fissi: si trattava di un meccanismo che costringeva i paesi più deboli a seguire le politiche sociali del paese più forte che, all’epoca, era l’Inghilterra con la sua sterlina. Poiché questa Europa era divisa al suo interno fra due blocchi contrapposti: la Triplice Intesa (Francia, Russia, Inghilterra) e la Triplice Alleanza (Germania, Austria e Italia) l’equilibrio raggiunto era precario e fragile.

Sul piano economico, la dottrina economica dominante era il liberismo che punta sempre alla concorrenza fra gli uomini, le imprese e gli stati e si conclude con la vittoria del più forte e la sconfitta dei più deboli. Nel caso dell’Europa, dopo la concorrenza fra gli stati per la spartizione del mondo, lo scontro si trasferì sul terreno della concorrenza fra le imprese per l’accaparramento delle diverse zone d’influenza. I mancati accordi spingevano le singole imprese (soprattutto quelle navali e degli armamenti) a trascinare i rispettivi governi in conflitti commerciali o in vere e proprie guerre al grido di first Inghilterra, first Francia ecc.

Sul piano politico, poi, in presenza di un clima di esaltazione patriottica, di unione fra Popolo e Patria, ebbe successo lo slogan forgiato da Guglielmo II che recitava: “Non ci sono più partiti, ci sono solo Tedeschi”. In assenza di qualsiasi contrapposizione politica, iniziò la stagione delle Unioni sacrè che, in nome della solidarietà nazionale, favoriva la formazione di governi di coalizione che coinvolgevano anche la sinistra.

Infine sul piano culturale, in presenza di una sconfitta culturale e politica del pacifismo e dell’internazionalismo proletario, si affermò, prima, il nazionalismo che, in poco tempo, coinvolse non soltanto la piccola borghesia ma anche larghi strati popolari, poi, si consumò lo scontro fra la maggioranza del Parlamento, schierata a favore della neutralità ed il Governo, guidato da Salandra e sostenuto da moti di piazza, favorevole all’intervento.

In sostanza, in presenza della sconfitta del pacifismo e dell’internazionalismo e della delegittimazione dei partiti politici e del Parlamento, con 407 voti a favore, 74 contrari dei socialisti e l’invito inascoltato di Benedetto XV di fermare questa inutile strage, l’Italia entrò in guerra.

Le conseguenze per l’Europa furono: la morte di milioni di vite umane, soprattutto contadini; la sconfitta del liberismo; il fallimento del sistema monetario internazionale fondato sui cambi fissi e sulla sterlina; la svalutazione del 62% della lira, fra il 1914 e il 1918; la crisi del 29 e l’inizio di una nuova stagione di deglobalizzazione. Per la prima volta molti paesi si sottrassero al controllo capitalistico e Il piano quinquennale sovietico, il fascismo e il nazismo ed In seguito il New Deal in America furono progetti politici alternativi ai principi economici liberisti.

In presenza di questa deriva, fra i liberali Einaudi e Giovanni Agnelli maturò la convinzione che fosse necessario costruire un Federazione Europea. Significative le parole pronunciate da Giovanni Agnelli il quale, pur essendosi arricchito con la guerra e avendo visto aumentare la forza lavoro impiegata in Fiat da 4300 addetti del 1914 ai 36000 del 1918, dichiarò: “Qual è la persona ragionevole la quale può, senza timore, prospettare la possibilità che, dopo un conflitto così gigantesco, si possa riprendere una politica economica di preferenza, di esclusivismo, di localizzazione, riservandone il carico sui consumatori esausti?

La fine della prima guerra ebbe effetti devastanti all’interno della regione mediorientale, una regione così complessa da spingere molti studiosi a definirla rompicapo. All’inizio della prima guerra mondiale, essa era considerata strategica per la politica britannica al fine di proteggere l’India, il gioiello della Corona.

Con lo scoppio della guerra l’Inghilterra si mise alla ricerca di alleati in zona e stipulò una serie di accordi con i vari notabili locali. Le intese raggiunte dettero vita a tre documenti, ognuno dei quali contraddiceva l’altro. Il primo si basava sulla corrispondenza Hussein-Mac Maon che prevedeva, in cambio di un sostegno nella lotta contro i Turchi, l’impegno inglese a sostenere, dopo la guerra, la costruzione di un regno arabo unito; Il secondo era imperniato sull’accordo fra il francese Picot e l’inglese Sekes e prevedeva la divisione del Medio Oriente in due zone d’influenza: la zona blu alla Francia e quella rossa all’Inghilterra; Il terzodocumento si basava sulla dichiarazione Balfour che prevedeva la creazione in Palestina di una sede nazionale per il popolo ebraico.

Sulla base di questi accordi e patti più o meno segreti e in nome dell’eurocentrismo, i colonizzatori europei divisero l’umanità in civili e barbari e riservarono a se stessi il diritto, ricevuto direttamente da Dio, dalla storia o dalla natura di civilizzare gli altri, i diversi da noi. Questa autoelezione a esseri più umani degli altri li autorizzò: a impedire ai popoli mediorientali di fare la loro storia e di subire quella scritta da loro; a tracciare i confini degli Stati mediorientali calpestando le identità locali; a spogliarli delle loro ricchezze; a impedire la formazione e lo sviluppo della democrazia, insediando e mantenendo al potere governanti autoritari e corrotti, ma fedeli e servizievoli; infine ad abusare sempre della violenza e ad elaborare ogni volta   una dottrina per giustificarla e legittimarla.

Fino a questo momento sono esistiti diversi progetti, tutti riusciti, volti a disegnare il volto del Medio Oriente secondo i principi ed in funzione degli interessi, prima europei e poi occidentali. Oggi è in corso il quarto tentativo.

Attraverso il primo, l’Europa puntò a frantumare la regione in Mandati e Protettorati. Per giustificare questa logica spartitoria soprattutto fra Francia e Inghilterra, fu elaborata la dottrina della esportazione della democrazia coloniale da praticare, si disse, fino a quando le popolazioni locali non fossero state in grado di autogovernarsi. Un secondo tentativo si ebbe negli anni Trenta, dopo la scoperta dell’utilità del petrolio che aprì nuovi scenari nella regione. Quando Sir Wiston Churcill decise di sostituire da carbone a petrolio la flotta inglese, l’assillo prioritario divenne quello di assicurarsi il flusso degli approvigionamenti. L’Europa, dopo aver polverizzato il Medio Oriente, lo controllò mediante la formazione di una serie di Stati artificiali affidati alle cure di leadership corrotte e squalificate come Saud in Arabia Saudita, Reza Phalevi in Iran, Assad in Siria, Faruk in Egitto che avevano il compito di intermediari degli interessi europei in loco e per questo venivano ricompensati con delle rojalties sulla vendita del petrolio. Per giustificare questa nuova forma di dominio fu elaborata la dottrina della democrazia controllata attraverso la quale la ricchezza del petrolio veniva gestita in un rapporto diretto fra le elites dominanti dei paesi produttori e le varie compagnie petrolifere senza significativi benefici per le popolazioni locali.

Un altro tentativo, riuscito, di ridisegnare il volto del Medio Oriente si ebbe dopo la seconda guerra mondiale quando la colpa del nostro crimine commesso contro gli Ebrei fu scaricata sulle spalle di un popolo innocente. Nel corso del XX secolo una odiosa e aberrante ideologia, prima, relegò gli Ebrei all’ultimo posto della scala gerarchica umana, poi li identificò come il Male, ed infine li condannò all’estinzione perché diversi da noi. Questo odio razziale alimentò la giudeofobia e la violenza che portò all’olocausto e alla Shoh. Da quel momento l’Occidente, nel tentativo di risolvere un problema ne creò un altro che dura ancora oggi, perché glii Ebrei diventarono Noi e il ruolo di diversi venne assunto dal popolo palestinese.

Fino alla seconda guerra mondiale la presenza dell’Urss in zona era stata limitata. Subito dopo, con l’avvento della Guerra fredda, la Regione fu divisa in zone d’influenza fra Usa e Urss. Da quel momento l’Europa uscì di scena e non svolse più alcun ruolo egemonico.

In presenza di questi tentativi europei e occidentali, riusciti, il Medio Oriente ha risposto con diversi tentativi endogeni, tutti falliti. Il primo si ebbe con la proposta del panarabismo di Nasser che puntava all’unità del mondo arabo attraverso un connubio fra nazionalismo e petrolio. Nasser, partendo dall’assunto che il petrolio del Medio Oriente apparteneva a tutto il mondo arabo e non ai singoli paesi dove veniva estratto, propose di distribuire la rendita petrolifera fra tutti i paesi in base ai bisogni di ciascuno. Questa iniziativa fu sostenuta soltanto dalla Siria e dal Libano, che non producevano petrolio, e osteggiata da Arabia Saudita, Kuwait, Iran, Iraq che, nel 1960, dettero vita all’Opec. Questa decisione affossò il progetto nasseriano e, invece di unire, divise il mondo arabo.

Dopo il fallimento dell’Islam politico, organizzato attorno al partito Baath, nella regione fecero la loro comparsa alcuni movimenti religiosi che puntavano al sacro come elemento unificante. In questo clima culturale e politico, nel 1979, in Iran si sperimentò una repubblica islamica. Anche questa iniziativa, invece di unire divise ulteriormente il Medio Oriente fra l’Iran governata da sciiti e l’Arabia Saudita punto di riferimento dei sunniti.

Dopo il fallimento politico di Nasser e di quello religioso della Repubblica islamica, all’interno di una ristretta minoranza del mondo arabo si scelse la strada del terrorismo per costruire nella regione un califfato. Il terrorismo è un principio moralmente inaccettabile, perché provoca la morte di innocenti, e nello stesso tempo è politicamente controproducente perché provoca soltanto moltissimi martiri e nessun atto concreto. E’ questo il motivo per cui l’Onu, con la risoluzione n. 42/159 del 1987 lo ha condannato senza appello con 153 voti a favore e due contrari: quello degli Usa e di Israele.

Gli equilibri internazionali e mediorientali cambiarono ulteriormentenel 1971 con la svalutazione del dollaro che provocò l’aumento del petrolio e spinse per una accelerazione della costruzione europea ed infine nel 1989 dopo l’implosione dell’Urss.

Dopo la fase di deglobalizzazione iniziata dopo la prima guerra mondiale, iniziò una nuova stagione di globalizzazione delle varie economi nazionali in un unico mercato globale. L’illusione della fine della storia e della totale egemonia americana sul resto del mondo si infranse subito con l’affermazione sulla scena mondiale di nuove potenze: i paesi BRIC , Brasile, Russia, India e Cina, l’Estremo Oriente, l’America Latina e la stessa Unione europea. Tutti questi centri, pur riconoscendosi nel capitalismo globalizzato si presentavano con un volto diverso. Gli Usa esibivano quello neoliberista; l’Europa quello dello stato sociale; la Russia, la Cina e l’Oriente quello autoritario e illiberale, mentre l’America Latina si presentava con il volto populista.

Nel 1992 a Maastricth l’Europa, dopo essersi dotata di una sua moneta che metteva in discussione l’egemonia del dollaro, rientrò nel gioco mediorientale, puntando a stabilire rapporti di collaborazione e cooperazione con le sue ex colonie. La nazione promotrice fu la Spagna che nel 1995, appena assunse la presidenza del Consiglio europeo, indisse la prima conferenza euromediterranea a Barcellona. Vi parteciparono 27 paesi in rappresentanza dell’Ue e 12 dell’area mediterranea. Nella dichiarazione conclusiva si ribadì la necessità: di un regolare dialogo politico, della costruzione di una zona di libero scambio, della promozione di un dialogo fra le diverse culture e di un programma permanente per regolare i flussi migratori. In sostanza il processo di Barcellona, fondato   su una prosperità condivisa, da un lato, accelerò il processo di integrazione fra le due sponde del mediterraneo, dall’altro, lasciò in sospeso la questione palestinese e la massiccia presenza della Nato nella regione.

L’inversione di marcia di questa strategia si ebbe dopo l’attacco alle torri gemelle, quando l’obiettivo prioritario degli Usa divenne quello della lotta al terrorismo, che nel frattempo si presentava più agguerrito e con il volto dell’ISIS. Da quel momento il problema della sicurezza prese il posto della cooperazione e spinse l’ Europa, anche se con posizioni differenti, ad allinearsi al nuovo paradigma. Da quel momento ebbe inizio il secondo Grande Gioco che si materializzò attraverso la teoria dell’esportazione della democrazia e mediante la guerra in Afghanistan, in Iraq, in Siria, in Libia.

Dopo la breve stagione fallimentare delle primavere arabe, il Grande Gioco fra Usa e Russia continua per recuperare le zone d’influenza perdute ed i centri strategici sono la Siria e la Libia dove lo scontro è fra i dittatori vecchio stile legati al panarabismo arabo, sostenuti dalla Russia, ei fratelli musulmani e il fronte islamico sostenuti dall’Occidente. Questo Grande Gioco fra le due potenze coinvolge anche l’ Europa con l’obiettivo comune di delegittimarla.

Per Vladimir Putin , infatti, dopo l’implosione dell’Urss e la perdita di 13 paesi a favore della Nato, l’obiettivo è indebolire l’alleanza atlantica e quindi l’Europa che, essendosi spinta troppo a Est, non può travalicare i confini dell’Ucraina. Da allora la Russia interviene nelle elezioni dei diversi paesi attraverso notizie false e hacker come in Inghilterra con la Brexit e in America contro la Clinton.

Per Trump, dopo la breve illusione di poter ridisegnare il mondo sotto l’egemonia degli Usa, la nuova strategia è il nazionalismo, l’America first, ossia una politica nazionalista contro i surplus commerciali della Cina a cui si risponde con l’introduzione di dazi e contro l’Europa per gli avanzi commerciali della Germania e per la presenza dell’euro sui mercati mondiali concorrente del dollaro.

Fra pochi mesi in Europa si voterà per il rinnovo del parlamento. Oltre ai nemici esterni, essa deve affrontare anche quelle populiste interne che, in Italia, sono addirittura al governo con il voto e il consenso di larghe fasce popolari e che si presentano come risposta legittima, ma pericolosa e confusa ai bisogni di sicurezza e di lavoro largamente avvertiti. Con le elezioni in gioco vi è: la pace che in Europa è stata preservata per circa ottant’anni; la democrazia liberale, rappresentativa che, dopo averla esportata oggi la si rifiuta a favore di quella illiberale e autoritaria; in gioco, infine, vi è questo progetto Europeo che, non essendosi dimostrato all’altezza di affrontare la crisi del 2008, e l’emergenza dei migranti, va riformato ma non smantellato.

Di fronte al bivio che ha investito il progetto europeo risultano, perciò, più che mai attuali le parole di Altiero Spinelli che nel Manifesto di Ventotene ammoniva: “Può darsi che la nostra civiltà non riesca a superare la crisi attuale, e che, dopo una lunga agonia, dia luogo a formazioni più primitive e rozze. Non c’è nessun piano provvidenziale, nessuna necessità storica che ne imponga l’ulteriore prosecuzione. Se questa avrà luogo sarà solo perché gli uomini sapranno concentrare attenzione e sforzi sufficienti per individuare i mali che la minano e per rimettere in moto i necessari rimedi”.

Michele Graduata

Mesagne, li 1 Dicembre 2018

Ultima modifica ilLunedì, 10 Dicembre 2018 19:52
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