Messe, la forza della storia e il rispetto delle opinioni

Enzo Poci, Società di Storia Patria per la Puglia Aprile 14, 2020 1963

2020-04-14 081020Ho letto con una doverosa attenzione l’ultimo articolo che mette in discussione la figura e l’operato di Giovanni Messe pubblicato sulle pagine di questo giornale nei giorni scorsi. Una lettura che mi ha lasciato una certa delusione e con un poco di rammarico per l'occasione nuovamente perduta per fare pace insieme con la nostra storia, purificati dai veli delle ideologie settarie che il tempo si è premurato di sconfessare. Un testo povero di calore e di colore come una requisitoria postuma, al quale cercherò di rispondere con parole altrettanto succinte per non ritornare sugli argomenti affrontati nei mesi precedenti.

Per iniziare, Messe viene accusato nuovamente di essere un monarchico ed un fascista, due aggettivi confliggenti nel medesimo periodo, particolarmente quando riferito al Maresciallo mesagnese, le cui confidenze con il regime fascista sono state molto scarse e difficili. «Da uno scambio epistolare tra Messe e Mussolini risulta che il duce ammirava il generale» per le sue capacità strategiche, ma «non sopportava chi era pronto a criticare le sue scelte, come faceva Messe», la cui carriera rimase ferma al grado di colonnello per ben otto anni, dal 1927 al 1935, essendo state ripetutamente respinte dal Ministero della Guerra le numerose proposte per promozione al merito presentate dai vari superiori dell'epoca.

Egli ha preso parte alla campagna di Russia unicamente perché comandato e dopo avere espresso le sue ostilità di principio. Durante l'operazione, egli ripeteva a voce, dopo che lo aveva già scritto in una relazione, «che era un grave errore mandare un’intera Armata al fronte russo», senza tenere conto delle sue ripetute osservazioni critiche e di tutta l’amara esperienza accumulata attraverso il C.S.I.R. nei primi dieci mesi trascorsi nelle pianure ucraine. Ma in quegli anni non era pensabile che un soldato di ogni grado (e di qualunque esercito) osteggiasse e rifiutasse di adempiere ad un ordine ricevuto. Ad un ufficiale era doveroso chiedere che egli conformasse la sua condotta agli usi ed al dettato del diritto di guerra, poiché non era nelle sue facoltà scegliere il regime al quale dedicare l'obbedienza, quando esso fosse stato legittimato dalla nomina regia, o gli alleati del momento.

La sua assenza dal teatro della guerra civile spagnola, dove gli italiani sono arrivati come legionari volontari, dimostra che Giovanni Messe ha combattuto nei conflitti nei quali la sua presenza come ufficiale di professione è stata richiesta attraverso un ordine specifico formalizzato per iscritto, datato e firmato, mentre la sua missione in Tunisia nel 1943 è stata il frutto di un calcolo velenoso per vederlo fallire, e magari cadere, nel teatro africano considerato perduto, dal quale l'alleato più potente aveva portato via il suo stratega più abile. Ma il generale mesagnese non è fuggito dinanzi alla sconfitta e non ha abbandonato i suoi soldati (e nemmeno i giovani tedeschi) ad affrontare da soli lo sbando e la prigionia privati di una guida che conservasse in loro la disciplina, l'onore e la speranza.

Il bastone di Maresciallo d'Italia ricevuto prima della resa con l'onore delle armi è stato guadagnato con pieno titolo sul campo di battaglia, non è stato un dono del morente regime fascista, come è avvenuto nella carriera di altri generali. Lo stesso Mussolini dedica al vecchio generale dieci pagine piene di astio nel suo diario La storia di un anno (1944).

Questa ostilità da parte del fascismo diviene aperta durante la campagna di liberazione, che lo vede al comando delle truppe italiane schierate nel fronte centro meridionale del paese, mai ostili alle formazioni partigiani operanti nei settori settentrionali, e nel biennio successivo alla fine della guerra, durante il quale assume la direzione di un movimento lontano da ogni velleità nostalgica verso il ventennio passato. Se in questo intervallo di tempo il Maresciallo ha impegnato il suo movimento in un progetto più vasto non del tutto franco questo è stato dovuto alla condizione istituzionale del nostro paese uscito distrutto dal conflitto, dove il regime democratico della Repubblica ritardava ad arrivare mentre una certa parte della sinistra italiana congiurava militarmente per portarla sotto il giogo assolutista delle potenze orientali: migliaia di italiani gettati vivi nelle foibe istriane lo testimoniano tristemente.

Svanito questo pericolo immediato e reale dopo le elezioni generali del 1948, il generale presta la sua azione al gioco democratico della nuova Repubblica italiana. La monarchia è finita, ma non i suoi antichi valori: il movimento ha vita breve ed il suo capo aderisce molto presto ai nuovi partiti di fedeltà repubblicana.

Giovanni Messe nulla ha di cui rispondere dopo tanti anni dalla sua scomparsa perché lo ha fatto durante gli anni della sua vita terrena con la sua condotta militare, sempre onesta e specchiata, e quindi con la sua azione politica nella prima era repubblicana determinata con franchezza e con coerenza a difendere i valori dell'occidente democratico contro le trame sovversive dei dirigenti della sinistra italiana, alcuni dei quali sono oggi rammentati con imbarazzo da tutti i democratici italiani.

In relazione agli anni successivi al 1948, non esistono prove di alcuna natura sulla sua adesione ad altre organizzazioni segrete, come Gladio, nato agli inizi degli anni Cinquanta nel settore nordorientale italiano, nelle immediate vicinanze con il confine jugoslavo, addestrato con il supporto delle forze speciali dell'esercito americano ed organizzato con verosimiglianza dalla sezione romana della CIA.

In questo teatro hanno operato altri ufficiali e tanti partigiani di diversa ispirazione, molti dei quali sono confluiti nella nuova organizzazione clandestina sorta per difendere i confini nazionali ed europei contro la possibile invasione sovietica, mettendo in campo azioni di disturbo e di guerriglia. Ma la storia non ha veduto la presenza del Maresciallo Messe in queste terre e nessuna testimonianza ci dice che egli sia stato interpellato da Montanelli prima, o informato dopo il suo colloquio riservato con l'ambasciatore degli Stati Uniti, signora Luce, nel corso del quale il suo nome sarebbe stato menzionato alla guida dell'organizzazione.

Le sue frequenti scelte di partito durante gli anni Cinquanta erano dettate dal disappunto sofferto verso i vari gruppi dirigenziali in merito alla sua piattaforma politica ispirata all'onestà nell'azione amministrativa, alla salvaguardia del bene collettivo, all'affermazione dell'economia di mercato e dello stato parlamentare, alla difesa degli interessi della nazione ed alla tutela dell'integrità dell'Europa libera.

La comunicazione contro Messe fa specie soprattutto perché continua a fare riferimento come in un mantra ossessivo ed in maniera alterata ad un volume di Tranfaglia, superato dagli anni, nel quale sono distinti i fascisti monarchici e quelli antimonarchici, ma dove il nome di Giovanni Messe non compare in alcuno degli elenchi.

A pagina 21 dell'introduzione al suo libro, lo storico si limita a scrivere: «l'intelligence americana non manca di notare che "vi sono due tipi di fascisti: i monarchici e gli antimonarchici. Le due fazioni sono in contrasto tra di loro. I fascisti monarchici sono capeggiati da Siliati, Montagna (ex capo della polizia) e da altri; i fascisti antimonarchici da Galbiati, ex capo della Milizia Volontaria per la sicurezza Nazionale, l'ex federale di Firenze Polvani, Marasca e Salvetti"».

Il nome che ricorre in queste fonti per suffragare le incerte accuse contro il Maresciallo (forse di eversione) è quello di Luca Ostèria, un agente dell'OVRA molto abile nel doppio gioco, il quale nei mesi bui compresi tra la fine della seconda guerra mondiale e l'immediato dopoguerra ha raffinato ancora di più la sua arte interpretando tre e più parti nella stessa tragedia italiana. Gli agenti doppi sono ben noti per i loro depistaggi quando mettono in circolazione voci e documenti falsi.

Dopo l'introduzione, Nicola Tranfaglia (storico, politico e deputato del Partito dei Comunisti Italiani nel 2006) riporta alcuni documenti vaghi utilizzando il modo ipotetico del condizionale: «…sarebbero al corrente il generale Badoglio e il generale Messe». Leggete bene, «sarebbero». Ed ancora: «Lo si sarebbe affidato al generale Messe». Queste sono le «accuse» chiare e dettagliate contenute nel libro.

Nell'articolo pubblicato compare l'ultima accusa di «apologia della guerra», a disprezzo del fatto che parlare della vita di un soldato (di qualsivoglia nazionalità) che ha avuto la ventura di nascere nel 1883 significa disquisire di mezzo secolo armato, iniziando dalle ultime avventure coloniali per concludere con il più immane conflitto tra le nazioni che la storia abbia conosciuto. Non si vuole esaltare la guerra, che nessuno più di un soldato chiamato a combatterla rinnega, ma parlare delle vicende della storia per quello che sono state e del modo nel quale si sono svolte. Fino all'avvento della Carta delle Nazioni Unite, le relazioni tra le nazioni sono state regolate dalla guerra, o dalla sua evenienza, raramente dalla pace.

Vorrei osservare finalmente con molta umiltà quale e quanta differenza intercorra tra i giovani partigiani che hanno combattuto apertamente ed hanno rischiato la loro vita nella lotta di liberazione nel teatro nord italiano, molti dei quali ritornati dalle pianure innevate dell'Ucraina, e coloro che nella loro esistenza mai hanno imbracciato un'arma ed oggi hanno un gioco molto facile nel giudicare con la violenza dell'ideologia settaria chi è stato chiamato dalla storia a spendere (e spesso a sacrificare) la propria sui campi di battaglia.

I giovani di quegli anni presero le armi, si diedero alla macchia, lottarono forse come mai era avvenuto nella storia italiana. Le opinioni politiche e i contrasti ideologici furono dimenticati o sopiti di fronte allo scopo comune di spazzare via le ultime vestigia di un regime nefasto e di liberare le proprie case dall’incubo nazista.

Ma i combattenti veri costituiscono un circolo ristretto nel quale solamente chi ha vissuto l'oscurità disperante di una guerra conserva il privilegio di chiamare “fratello” il suo vicino, qualunque sia stata l'uniforme indossata con lealtà e con onestà.

A noi altri il legato del rispetto e del silenzio.


Nella foto:
Roma, 27 marzo 1956. Giovanni Messe (a sinistra) e l'avvocato mesagnese Benedetto Guarini (a destra) fotografati fuori dal tribunale a conclusione di quello che fu un importante processo politico, quando il giornalista Luigi Pintor e Andrea Pirandello, vice direttore dell'Unità, furono riconosciuti colpevoli del reato di diffamazione e condannati alla pena di un anno di reclusione e L. 100.000 di multa, ridotta per ciascuno di essi, con le attenuanti generiche, a otto mesi e L. 70.000, oltre al pagamento delle spese processuali e al risarcimento simbolico richiesto della parte civile nella misura di una lira.

Ultima modifica il Martedì, 14 Aprile 2020 08:11