La scelta di Piera che scrisse e non visse

Marcello prof. Ignone Giugno 14, 2022 363

Nella vita, o si vive o si scrive” e Piera Oppezzo scelse di scrivere e non vivere, accettando con ostinazione un’esistenza incompleta e un destino di infelicità. La sua vita fu segnata dall’assenza.

Non è facile conoscere le ragioni profonde di una simile scelta dal momento che la vita della poetessa torinese di nascita e milanese di adozione resta poco nota; si sa che scelse di non essere felice e la non-felicità fu la sua musa ispiratrice.

Piera non c’è da oltre un decennio ma ci sono i suoi scritti (poesie, traduzioni, articoli, racconti, romanzi) ed è in essi che va cercata la chiave interpretativa della sua scelta di vita, partendo da “l’espressione basata sui concetti e non sul sentimento”, come amava dire lei stessa.

Mi è ritornata in mente questa poetessa della mia giovinezza grazie alla lettura del suo corpus di inediti Esercizi d’addio. Poesie inedite 1952-1965 pubblicato nel 2021 da Interno Poesia; le poesie raccolte precedono quelle più note ed apprezzate de L’uomo qui presente (Einaudi, 1966).

Piera Oppezzo nacque a Torino il 2 agosto 1934 in una famiglia molto povera; non si sa nulla della sua infanzia e adolescenza e la poetessa non amava parlarne; sappiamo che iniziò a lavorare come apprendista sarta, poi come commessa alla Standa e, infine, come dattilografa alla RAI. Ed è proprio alla Rai che, entrata in contatto con la scrittura e poco più che ventenne e autodidatta, pubblicò nella rivista aziendale le sue prime poesie e conobbe alcuni intellettuali torinesi. Successivamente, “La fiera letteraria” di Vincenzo Cardarelli pubblicò altre sue poesie che risentivano ancora degli autori amati (Cvetaeva, Dickinson, Penna, Saba). Con il trascorrere degli anni, l’espressione poetica di Piera Oppezzo cominciò puntò decisamente sull’evolversi della sua vicenda umana: la poesia ne fu scarnificata, le frasi non contenevano più articoli, aggettivi, punteggiatura e connettivi; i versi divennero oscuri, quasi incomprensibili e bisognava rileggerli più volte per penetrarli. Nel 1966 pubblicò con Einaudi la raccolta di poesie intitolata L’uomo qui presente. Fu un salto stilistico notevole rispetto alle tenere poesie della giovinezza. Per la poetessa, l’uomo non ha nulla di umano, è solo un fenomeno che “confonde i gesti” ed è piegato con “un ordine”.

A metà degli anni Sessanta, simpatizzante della sinistra extraparlamentare, si trasferì a Milano dove visse fino alla morte. Impegnata anche in un colletivo di autocoscienza femminista, Piera visse intensamente il decennio 1968-1978 e, per sua stessa ammissione, il periodo migliore della sua vita; a metà degli anni Settanta organizzò con altre donne il collettivo “Pentole e fornelli”; lo spettacolo fu portato in giro per l’Italia e la poetessa recitò testi poetici e cantò in coro.

Nel 1976 pubblicò la raccolta di poesie 1967 sì a una reale interruzione (Geiger). Nel 1978 pubblicò il claustrofobico romanzo Minuto per minuto (La Tartaruga) e, con la fine dei sogni rivoluzionari, si impegnò in una intensa attività letteraria. Tradusse Pel di carota (Guanda) di Jules Renard e Il Profeta (SE) di Kahlil Gibran. Del 1987 è il lungo poema Le strade di Melanchta (Editrice nuovi autori). Nel 1991pubblicò il romanzo A note legate (Corpo 10). Del 2003 è la sua ultima raccolta di poesie, Andare qui (Manni). Nei suoi ultimi scritti appare una schiarita: l’uomo c’è nonostante il buio attorno.

Molte poesie e racconti furono inclusi in antologie o pubblicati in giornali e riviste e tradotti in tedesco e in inglese. Per sopravvivere si occupò di correzione di bozze e collaborazioni editoriali, anche come lettrice, per Feltrinelli e altri editori. Dopo alcune coabitazioni, andò a vivere da sola in un appartamento, alquanto precario, della storica casa occupata di via Morigi 8 e poi in una casa “protetta” del Comune in corso Lodi. Gli ultimi mesi di vita furono trascorsi in una sofferta solitudine, appena alleviata dalle visite di pochissimi amici, in ospedale e poi nell’eremo di Miazzina sul lago Maggiore, dove morì il 19 dicembre 2009.

È difficile definire e catalogare Piera Oppezzo e questo per sua stessa scelta, dal momento che volle portare a limiti estremi la sua ricerca dell’espressione poetica; il suo disagio esistenziale e politico fu il disagio di una intera generazione; eppure Piera Oppezzo fu una persona mite anche se forte e decisa; nel panorama della poesia italiana del secondo Novecento resta unica come dimostrano non solo i risultati raggiunti, ma anche le sue prime poesie, ora pubblicate in Esercizi d’addio. Poesie inedite 1952-1965 (Interno Poesia, 2021).

Tra le poesie pubblicate, ne ho scelto due: la prima (Amore) è del settembre 1956 e l’altra (Al nostro secolo) è del 1963.copertina_oppezzo.jpg

Amore

Ti amo, per le infinite
strade del mondo,
per i giorni di pioggia
e l’accendersi lento del sole:
tutte cose che vedo ricordandoti.
Ma, soprattutto, ti amo
per la tua consapevole vita.

Al nostro secolo

 Al nostro secolo,

Da ogni azione

Costruito e distrutto

Sorretto e indebolito,

Spetta una storia

Esausta nei sensi

Melmosa in politica

Folle in economia.

Ultima modifica il Martedì, 14 Giugno 2022 17:33