Vivere stanca… Note sull’opera prima di Cesare Pavese, “Lavorare stanca”

Marcello prof. Ignone Maggio 07, 2021 636

La prima edizione (con 45 poesie) di “Lavorare stanca” fu pubblicata a Firenze, presso Solaria, nel 1936. Il poeta aveva 24 anni. La seconda edizione (ristrutturata ed ampliata anche con poesie scritte a Brancaleone, in Calabria, durante il confino tra il 1935 ed il 1936; in totale la seconda edizione contiene 70 poesie) fu pubblicata da Einaudi nel 1943. Entrambe le edizioni non ebbero successo; probabilmente perché la prima edizione fu pubblicata in pieno ermetismo, mentre la seconda edizione fu pubblicata durante la guerra e gli Italiani avevano altro a cui pensare. Solo dopo il 1950, data del suicidio del poeta, l’attenzione della critica e del pubblico si concentrò dapprima sui romanzi e poi anche sulle poesie di Pavese, sulla sua raccolta “Lavorare stanca” perché conteneva (le poesie coprono un arco di tempo che va dal 1930 al 1940) già tutti i temi dei romanzi pubblicati da Pavese dal 1942 in poi. 

Lavorare stancaAdesso, questa seconda edizione rivede la luce per la collana “Interno Novecento”, edita da Interno Poesia Editore di Latiano, a cura di Alberto Bertoni e con nota al testo di Elena Grazioli.

La raccolta poetica comprende sei sezioni tematiche (Antenati; Dopo; Città in campagna; Maternità; Legna verde; Paternità) per complessive settanta poesie, in genere sistemate in ordine cronologico e con l’aggiunta di una Appendice, ad opera dello stesso poeta, di due scritti teorici sulla genesi dell’opera e sulle differenze (Il mestiere di poeta, del 1934; A proposito di certe poesie non ancora scritte, del 1940). Non tutte e non sempre le poesie sono di stampo neorealistico, anzi, con il tempo diventano intimiste, rievocative e, addirittura e verso la fine della raccolta, anche personali e simboliche.

Gli anni Trenta sono dominati dalla poesia ermetica, ma il giovane Pavese è avvinto e convinto solo da “I fiori del male” di Charles Baudelaire, ed accompagnato da Walter Whitman, il suo vecchio “capitano” delle “Foglie d’erba”.

Il thema, l’argomento, principale di questa opera prima di Cesare Pavese, è tutto nel silenzio della solitudine. Camminiamo una sera sul fianco di un colle,/in silenzio…  è il silenzio che domina già il primo verso de I mari del Sud, la poesia di apertura della raccolta, dedicata al suo professore di liceo, Augusto Monti; la poesia fa parte della prima sezione “Antenati”.

Sono in due, su quella collina (anche il tema della collina è subito palesato), lui e suo cugino, il suo alter ego, ma non comunicano. Il dramma dell’incomunicabilità è già espresso, prepotente, e domina tutta la raccolta poetica.

Per meglio comprendere, bisognerebbe prima leggere sia il romanzo “I Sansôssí” di Augusto Monti che l’opera poetica del padre della poesia americana ed inventore del verso libero, Walter Whitman. Monti era affascinato dal contrasto che notava tra la figura del piemontese sansôssí, lo sfaticato vagabondo, spensierato ed incosciente, e la figura del piemontese con la testa sulle spalle, senza grilli per la testa, laborioso e silenzioso. Nell’opera poetica di Walter Withman, cantore prosaico del futuro “sogno americano”, c’è l’esaltazione dell’individuo e del suo unicum di lavoro e di vita vagabonda. Proprio la raccolta poetica di "Lavorare stanca" è l'antitesi di Augusto Monti e di Walter Whitman a causa della consapevolezza del “dolore di vivere”, di chi non sa o non può integrarsi, eterno e consapevole adolescente “nel mondo degli adulti, senza mestiere nel mondo di chi lavora, senza donna nel mondo dell'amore e della famiglia, senza armi nel mondo delle lotte politiche cruente e dei doveri civili” (Calvino).

E tutto e tutti sono investiti da questo turbinio interiore, non solo la fanciullezza e la vita adulta, ma anche la città e la campagna, gli uomini e le donne, la terra e il sangue.

È il poeta ad esprimere le sue emozioni ed i suoi sentimenti (si veda l’allontanamento del poeta adolescente dalla campagna atavica) ma la dimensione personale si allarga, se non per raccontare almeno per testimoniare la storia di persone senza nome che vivono una vita anonima, cercando di soddisfare almeno qualche minimo bisogno e desiderio.

Ed ecco apparire nelle poesie del poeta gli ultimi, il popolo passivo composto dagli emarginati, dagli ubriachi, dalle prostitute, dai disoccupati; e con loro ed accanto a loro, il popolo attivo come i muratori, gli artigiani ed i contadini. Tutti hanno un denso vissuto personale e sono portatori di sentimenti, aspirazioni, hanno obiettivi e progetti da realizzare. Il poeta ne trattegia i desideri e non ne tralascia i problemi, soprattutto quelli intimi, silenziosi e perciò nascosti a tutti gli altri.

Lavorare stanca” è solo un aspetto del più grande “vivere stanca”. Lo sanno gli ultimi, lo sanno tutti, lo sa il poeta: la vita stanca perché vivere è fatica e non c’è nemmeno uno scopo, un fine!

Lo dice lo stesso Pavese nella sua seconda appendice (“A proposito di certe poesie non ancora scritte”, vedi pag. 203 del volume pubblicato da Interno Poesia Editore, a cura di Alberto Bertoni e con nota al testo di Elena Grazioli): “Definito Lavorare stanca come l’avventura dell’adolescente che, orgoglioso della sua campagna, immagina consimile la città ma vi trova la solitudine e vi rimedia col sesso e la passione che servono soltanto a sradicarlo e gettarlo lontano da campagna e città, in una più tragica solitudine che è la fine dell’adolescenza – hai scoperto in questo canzoniere una coerenza formale che è l’evocazione di figure tutte solitarie ma fantasticamente vive in quanto saldate al loro breve mondo per mezzo dell’immagine interna. (Esempio. Nell’ultimo Paesaggio della nebbia, l’aria inebria, il pezzente la respira come respira la grappa, il ragazzo beve il mattino. Tale è tutta la vita fantastica di Lavorare stanca)”.

Pavese è cresciuto tra le Langhe piemontesi, ne ha assorbito i miti e i riti ancestrali, le passioni e le pulsioni violente di un mondo atavico, immutabile, crudo e barbarico. Il linguaggio narrativo, a tratti realistico ed antilirico delle sue prime poesie, vere poesie-racconto, riflette questo mondo, salvo placarsi nella struggente poesia “La notte”, che chiude la prima sezione, e che vale la pena, per la sua straordinaria purezza, proporre (vedi pag. 67 del testo citato):

Ma la notte ventosa, la limpida notte
che il ricordo sfiorava soltanto, è remota,
è un ricordo. Perduta una calma stupita

fatta anch’essa di foglie e di nulla. Non resta,
di quel tempo di là dai ricordi, che un vago

ricordare.
Talvolta ritorna nel giorno

nell’immobile luce del giorno d’estate,

quel remoto stupore.
Per la vuota finestra
il bambino guardava la notte sui colli
freschi e neri, e stupiva di trovarli ammassati:

vaga e limpida immobilità. Fra le foglie
che stormivano al buio, apparivano i colli

dove tutte le cose del giorno, le coste
e le piante e le vigne, eran nitide e morte

e la vita era un’altra, di vento, di cielo,
e di foglie e di nulla.
Talvolta ritorna
nell’immobile calma del giorno il ricordo

di quel vivere assorto, nella luce stupita.  

Il verso è fortemente cadenzato, come dirà lo stesso poeta, sull’immagine “remota” del passato e sul “vago ricordare” (come non rammentare Leopardi?) dando così inizio ad una sperimentazione tecnica e metrica unica nel panorama letterario italiano, in parte grazie anche all’influenza del verso colloquiale dei crepuscolari e del verso libero di Whitman. È pur vero che il thema portante è tutto nella “mania di solitudine” (altro tema leopardiano!) come del resto in quasi tutte le opere di Pavese,  ma il poeta non è tipo da restar fermo, immobile. E allora vaga. E per sconfiggere la solitudine, sempre desiderata e cercata ma temuta, deve riuscire a “fermare una donna” per parlarle e convincerla a costruire un progetto di famiglia con lui. La donna è un’altra delle protagoniste della raccolta. Nelle poesie della quarta sezione, “Maternità”, troviamo come protagonista ancora una volta proprio la donna, ma questa volta come simbolo della maternità e della fecondità comune alla madre Terra; a pag. 135 del testo analizzato troviamo la bellissima poesia (è del 1933) di “Piaceri notturni”:

Anche noi ci fermiamo a sentire la notte
nell’istante che il vento è più nudo: le vie
sono fredde di vento, ogni odore è caduto;
le narici si levano verso le luci oscillanti.

Abbiamo tutti una casa che attende nel buio
che torniamo: una donna ci attende nel buio
stesa al sonno: la camera è calda di odori.
Non sa nulla del vento la donna che dorme
e respira; il tepore del corpo di lei
è lo stesso del sangue che mormora in noi.

Questo vento ci lava, che giunge dal fondo
delle vie spalancate nel buio; le luci
oscillanti e le nostre narici contratte
si dibattono nude. Ogni odore è un ricordo.
Da lontano nel buio sbucò questo vento
che s’abbatte in città: giù per prati e colline,
dove pure c’è un’erba che il sole ha scaldato
e una terra annerita di umori. Il ricordo
nostro è un aspro sentore, la poca dolcezza
della terra sventrata che esala all’inverno
il respiro del fondo. Si è spento ogni odore
lungo il buio, e in città non ci giunge che il vento.

Torneremo stanotte alla donna che dorme,
con le dita gelate a cercare il suo corpo,
e un calore ci scuoterà il sangue, un calore di terra
annerita di umori: un respiro di vita.
Anche lei si è scaldata nel sole e ora scopre
nella sua nudità la sua vita più dolce,
che nel giorno scompare, e ha sapore di terra.

La poesia esprime tutta la soddisfazione che prova un uomo che ritorna a casa di notte, perché sa di trovare la donna amata che dorme e che, con il suo calore, gli donerà, disinteressata, tutto il suo amore. È la presenza fisica della donna, come in altre poesie del poeta, a produrre nell’uomo un piacere rassicurante ed irresistibile.

L’altro aspetto del rapporto uomo-donna, cioè la paternità, dà il titolo alla sesta sezione di “Lavorare Stanca” (appunto, “Paternità”) e non a caso chiude la raccolta poetica di Pavese (l’ultima poesia è Lo steddazzu, la stella del mattino).

In questa sezione trovano posto, nella seconda edizione del 1943, alcune poesie scritte a Brancaleone Calabro tra il 1935 e il 1936, e non presenti nella prima edizione del 1936. Sono poesie che hanno come temi proprio la solitudine e l’incomunicabilità e si contrappongono al gruppo di poesie della sezione “Maternità”, così come alla madre Terra, assimilata alla donna-madre, è contrapposto il mare “inutile”, simbolo dell’uomo solo e, perciò, sterile.

Le due poesie di chiusura (Paternità e Lo steddazzu – entrambe le poesie furono scritte, insieme ad altre, durante il soggiorno forzato) riportono tutto il dolore, fisico e psichico, provato per l’isolamento imposto e ritenuto un sopruso; il poeta si lamentò della sua vita di esiliato e contò i giorni del ritorno alla sua Torino.

Tra l’agosto del 1935 ed il marzo del 1936, il poeta abitò, dopo una breve parentesi iniziale in albergo, in una piccola stanza in affitto, di fronte un piccolo cortile e subito dopo la linea ferroviaria Reggio Calabria-Taranto. Oltre la ferrovia, c’era e c’è il mare.

Scriverà alla sorella Maria (lettera del 19.08.1935): “La mia stanza ha davanti un cortiletto, poi la ferrovia, poi il mare. Cinque o sei volte al giorno mi si rinnova così la nostalgia dietro i treni che passano. Indifferente mi lasciano invece i piroscafi all’orizzonte e la luna nel mare che con tutti i suoi chiarori mi fa pensare solo al pesce fritto. Inutile, il mare è una gran vaccata.”

Paternità, che riportiamo di seguito, fu scritta negli ultimi mesi del 1935. Nel febbraio dell’anno dopo, prese la sofferta decisione di scrivere a Mussolini per chiedere la grazia. Il capo del fascismo concesse subito la grazia al poeta; il 15 marzo del 1936 Pavese lasciò per sempre Brancaleone. 

Ecco “Paternità” (vedi pag. 179 del testo di Interno Poesia Editore qui analizzato):

Uomo solo dinanzi all’inutile mare,
attendendo la sera, attendendo il mattino.
I bambini vi giocano, ma quest’uomo vorrebbe
lui averlo un bambino e guardarlo giocare.
Grandi nuvole fanno un palazzo sull’acqua
che ogni giorno rovina e risorge, e colora
i bambini nel viso. Ci sarà sempre il mare.


Il mattino ferisce. Su quest’umida spiaggia
striscia il sole, aggrappato alle reti e alle pietre.
Esce l’uomo nel torbido sole e cammina
lungo il mare. Non guarda le madide schiume
che trascorrono a riva e non hanno più pace.
A quest’ora i bambini sonnecchiano ancora
nel tepore del letto. A quest’ora sonnecchia
dentro il letto una donna, che farebbe l’amore
se non fosse lei sola. Lento, l’uomo si spoglia
nudo come la donna lontana, e discende nel mare.


Poi la notte, che il mare svanisce, si ascolta
il gran vuoto ch’è sotto le stelle. I bambini
nelle case arrossate van cadendo dal sonno
e qualcuno piangendo. L’uomo, stanco di attesa,
leva gli occhi alle stelle, che non odono nulla.
Ci son donne a quest’ora che spogliano un bimbo
e lo fanno dormire. C’è qualcuna in un letto
abbracciata ad un uomo. Dalla nera finestra
entra un ansito rauco, e nessuno l’ascolta
se non l’uomo che sa tutto il tedio del mare.


La poesia è un misto di realismo e di intimismo, il tutto pervaso da una forte malinconia. C’è la stanzetta, dimora provvisoria del suo esilio; c’è la “nera finestra” dalla quale poteva scorgere la ferrovia ed oltre il mare; ma lui è un “Uomo solo dinanzi all’inutile mare” perché i bambini vi giocano, i bambini degli altri ma non il suo, il bambino che non ha mai avuto e che vorrebbe. Sicuramente, da questo desiderio, mai realizzato, nasce il titolo della poesia e della sezione.

Brancaleone palpita di vita, di bambini e di mamme, di padri e di pescatori, di famiglie. Il poeta è solo, e solo lui ascolta “un ansito rauco”, quello del treno, unica via di fuga, unico legame con la sua vita precedente. E tutto si svolge nel silenzio della solitudine che “nessuno l’ascolta / se non l’uomo che sa tutto il tedio del mare”. 

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Ultima modifica il Venerdì, 07 Maggio 2021 16:45