Lu vagnoni ti ntra lli fassi

Marcello Ignone Aprile 18, 2021 1234

Da dove deriva la cattiva abitudine, in uso fino a mezzo secolo fa, di nfassari li piccinni, cioè di fasciare, avvolgere tutti i neonati nelle fasce? È molto antico l’uso di nfassari i neonati per proteggere il loro corpicino da presunte malformazioni, anche causate dal parto, o posture inadatte che potevano provocare problemi ossei durante la crescita. I Greci, gli Etruschi, gli Oschi, i Messapi, i Romani fasciavano i loro neonati; talvolta erano avvolti con bende a spirale e spesso coprivano pure il capo; altre volte erano avvolti con un panno tenuto ben fermo da un lungo nastro ma lasciavano scoperto il sederino per i bisogni dell’infante e la necessaria pulizia.

Non sempre le fasce erano bianche e di lana, ad esempio i patrizi romani utilizzavano anche fasce di colore rosso, sicuramente per motivi apotropaici, cioè per allontanare il malocchio e gli influssi maligni; per la stessa ragione, dentro le fasce erano inseriti monili e, in era cristiana a noi più vicina, anche santini; talvolta le fasce contenevano le iniziali del padre del neonato e la stessa fasciatura era un vero rito apotropaico, spesso accompagnato da gesti scaramantici.

Con la crescita del piccolo, le fasce erano tolte pian piano, cominciando a liberare prima il braccio destro (per evitare che il piccolo diventasse mancino) e poi quello sinistro.

Il medico greco Sorano di Efeso (prima metà del II sec. d. C.) consigliava alle balie (Perì epidèsmon, cioè Sulle fasciature) di fasciare ciascun neonato secondo la posizione naturale; di conseguenza la fasciatura doveva avvenire dopo che la balia aveva adagiato delicatamente il neonato sulle proprie gambe, tutte coperte di lana o con un panno, perché il neonato non sentisse freddo in quanto nudo; ci si doveva servire di fasce di lana soffice, pulite e non troppo consumate, alcune della lunghezza di tre dita, altre di quattro. Fondamentalmente, questi consigli saranno seguiti per secoli.

Vediamo le diverse fasi.

La nfassatora (o nfassatura), cioè la fasciatura, era diversa tra maschi e femmine; i neonati maschi erano strettamente fasciati anche sui fianchi, mentre le femmine erano avvolte con maggiore libertà sui fianchi, in previsione di future gravidanze. Il neonato nudo era avvolto ntra llu spariunu, un pannolino morbido e sottile, di tela o di lino, largo all’incirca 75 cm. e lungo 95 cm., e a questo pannolino erano aggiunti almeno altri due spariuni allo scopo di avvolgere meglio il neonato che, a questo punto, era strettamente fasciato, per almeno 5 o 6 giri, cu lli fassi, striscie di tela di cotone o lino lunghe ca. 2 m. e larghe 25 cm. circa; si cominciava da sotto le ascelle e si provvedeva fino ai piedini del neonato; solo le braccia erano lasciate libere.

Completata la nfassatora, si infilava la camisodda, una camiciola senza maniche, di cotone fino e leggero e tenuta con dei laccetti. Solo verso il nono mese erano liberati i piedini per le prime scarpette. Sulla testa del neonato era posta la caparedda, una cuffietta, tenuta ferma con dei laccetti legati sotto il mento del piccolo. Il neonato era così bloccato senza possibilità di movimenti.

I nostri avi avevano coniato un modo di dire, lu vagnoni ti ntra lli fassi, il bambino in fasce, sia per indicare, appunto, un bambino nfassatu, ma anche per designare una persona immatura.

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Ultima modifica il Domenica, 09 Maggio 2021 20:09