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È triste pensare che i versi invecchiano prima di noi. Un parallelismo tra Gozzano e Bardicchia

Marcello Ignone Marzo 05, 2021 2854
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È triste pensare che i versi invecchiano prima di noi, è un verso di Guido Gozzano (L’ipotesi, presso Agliè Canavese, autunno del 1907, in Poesie sparse), il poeta piemontese definito da alcuni critici “un piccolo classico” e da Eugenio Montale “l’ultimo dei classici”.

L’occasione per riflettere su questo nostro sfortunato poeta mi è stata data dalla lettura del libro I colloqui e altre poesie, magistralmente presentato da Alessandro Fo, per la collana “Interno Novecento”, edita da Interno Poesia Editore, una giovane e promettente casa editrice di Latiano, fortemente voluta e diretta dal giovane latianese Andrea Cati. Una vera perla, una rarità nel panorama editoriale, ancor di più se dovuta ad un giovane e coraggioso editore meridionale.

La lettura de I colloqui e altre poesie mi ha dato l’occasione non solo di ricordare la poesia di  Gozzano, un tempo da me regolarmente proposta ai miei studenti dell’ultimo anno delle superiori, ma anche la poesia del mesagnese Francesco Bardicchia che spesso fece della poesia del poeta piemontese un originale laboratorio di idee; Bardicchia, infatti, amò ed ammirò anche il poeta del “rifugio”, pur non avendo una conoscenza approfondita della sua opera e del suo pensiero.

L’idea di un parallelismo tra i due poeti mi è nata dopo aver ascoltato le parole che Fiorello ha rivolto ai giovani dal palcoscenico del Festival di Sanremo durante la seconda serata. Da padre di un’adolescente ha raccontato la sofferenza per i sacrifici imposti ai ragazzi durante la pandemia di Coronavirus, costretti a stare in didattica a distanza (DAD) per ore davanti ad uno schermo del computer o del telefono. Io sono certo, come ne è certo Fiorello, che i nostri ragazzi sapranno far fronte a queste costrizioni e sapranno limitarne i danni, ma occorre vaccinarli subito sia contro il Covid-19 che contro un possibile abuso della DAD. Un buon libro di poesie, letto in solitudine o in comune, produce ottimi anticorpi pensanti. Anche per questa ragione, il progetto editoriale del giovane Andrea Cati è meritorio. Non è dunque vero che i versi invecchiano prima di noi, se fosse vero sarebbe triste. Sta a noi non farli invecchiare e rendere immortale la poesia.       

Gozzano nacque ad Agliè Canavese presso Torino il 19 dicembre del 1883 da un’agiata famiglia borghese e trascorse la sua breve vita tra la campagna del Canavese (il rifugio) e Torino, dove compì tutto l’arco degli studi fino all’Università, negli anni in cui la città viveva una fase di grande fervore culturale. Si iscrisse alla facoltà di Legge, ma preferì frequentare le lezioni di Lettere; conobbe i personaggi più significativi della sua città, che ne influenzarono la formazione e il gusto in controtendenza rispetto alle mode culturali dell’epoca dominate da una cattiva lettura di Nietzsche e dell’astro dannunziano. Lesse anche lui Nietzsche e, soprattutto, il filosofo Arthur Schopenhauer, i simbolisti francesi, Pascoli e D’Annunzio di cui, però, apprezzava solo il Poema paradisiaco e contestava il personaggio. Collaborò con diversi giornali e riviste su cui pubblicò le sue poesie. Tra il 1907 e il 1909 visse un’intensa storia d’amore con Amalia Guglielminetti, come lui aspirante scrittrice, giovane e famosa sulla scena mondana e letteraria della Torino di inizio Novecento. Malato di tisi si recò in Estremo Oriente sperando, vanamente, di ritrovare la salute minata dalla tubercolosi e ne riportò delle cronache e delle impressioni pubblicate inizialmente sulla Stampa e poi raccolte in volume nel 1917 con il titolo Verso la cuna del mondo. Morì a Torino il 9 agosto 1916.

Tra le sue opere ricordiamo, oltre a I Colloqui (1911 - suddivisi in tre sezioni: Il giovenile errore, Alle soglie, Il reduce), anche La via del rifugio (1907) e la raccolta postuma delle sue corrispondenze giornalistiche dall’India, Verso la cuna del mondo (1917) e alcune novelle e fiabe per bambini.

Gozzano visse in una Torino in rapida crescita economica ed industriale, che offriva un panorama ricco di cultura scientifica, letteraria ed artistica. In questo ambiente il poeta mosse i primi passi ma senza avere una precisa consapevolezza teorica e, soprattutto, senza avere sentore della crisi del positivismo. Resta comunque il più complesso dei poeti crepuscolari ma, nello stesso tempo, sfugge all’ambito crepucolare perché fu capace di esprimere qualcosa di molto più profondo del semplice e continuo lamento dovuto alla pena di vivere. La differenza più profonda tra Gozzano e i poeti crepuscolari la si può cogliere proprio in relazione alla poetica degli oggetti. Ne I Colloqui e altre poesie (1911) è evidente che ci troviamo di fronte ad un senso intellettuale e critico degli oggetti poetici: i cari vecchi oggetti sono intesi come un rifugio (si veda la seconda parte della raccolta, La via del rifugio, 1907) rispetto ad una constatata impossibilità di vivere la vita. Lo stesso distacco dalla tradizione è, almeno in apparenza, meno sensibile che in tutti gli altri poeti crepuscolari.

Proprio gli anni immediatamente posteriori a La via del rifugio (1907) sono per Gozzano culturalmente molto intensi; il suo dannunzianesimo, già in piena crisi in quegli anni, regredisce in proporzione all’estendersi delle sue letture. La sua poetica si forma a livello teorico, una poetica decadente della vita che imita l’arte, una vera “fede letteraria” che “foggia la vita”.

Il tema più profondo della poesia di Gozzano è certamente l’impossibilità di un incontro, l’incapacità di realizzare la vita che, anzi, lo respinge; il fatto insomma che non esiste più un punto di contatto tra il poeta e la vita, fino al limite, come dice Alessandro Fo nella presentazione, “di corteggiare la Morte o, piuttosto, di esserne corteggiato”.

È lo stesso processo di accettazione già visto in Corazzini (e di cui parleremo) elevato però a progetto letterario della propria malattia e morte; la letteratura vista come malattia che si nutre di illusione e di una evasione dalla realtà affidata al “sogno d’arte”e, come abbiamo visto, alla “fede letteraria”, capace ma non troppo di anticipare ed esorcizzare la morte stessa. Questa poetica della morte è tutta nei Colloqui che, nelle intenzioni del poeta, dovevano dare un “riflesso pallido del suo dramma interiore”. Questa poetica si può sintetizzare in tre momenti tipici: Invernale (il poeta rifiuta la vita eroica e ripiega sulle piccole e modeste certezze del mondo borghese), Un’altra risorta (il poeta è ormai convinto dell’impossibilità di un incontro, di un comune piano d’intesa e, pessimisticamente, accetta come ineluttabile la solitudine), In casa del sopravissuto (il poeta si conforma ad una “dolce vita” senza ideali né slanci).

bardicchia ciccioNelle poesie di Francesco Bardicchia le somiglianze con  Gozzano sono molte e talvolta sbalorditive, proprio perché non si può parlare di influenze. Bardicchia può essere, infatti, accostato a Gozzano per la perdita di ogni fede e certezza, per il senso di uno scorato rifugio nella grigia quotidianità. Si notano forti somiglianze tra la poesia del poeta mesagnese e quella colloquiale e prosastica di Gozzano con il quale Bardicchia ha in comune la particolare ironia e l’amara consapevolezza di appartenere ad un tempo colto ma arido e senza miti, con la differenza che in Gozzano si sente, nell’apatia senza speranza, una chiara impronta leopardiana, tanto che si può giustamente parlare di poesia dell’assenza, di vita mancata, di stanca aridità,  mentre in Bar­dicchia c’è una incrollabile  fede nei valori familiari, un notevole attaccamento alla vita e una forte paura della morte.

Il poeta mesagnese è talvolta, assalito da un forte scoramento e da una certa rassegnazione, imputabili ad una perdita di fiducia nella capacità della poesia di poter cambiare, an­che solo in minima parte, le cose. Allora la poesia di Bardicchia si fa dolente, amara, riflessiva e l’ironia spesso sfocia in spunti polemici contro aspetti, figure, posizioni e persone appartenenti tanto all’ambiente mesagnese quanto ad una sfera più alta, valida universalmente.

Bardicchia è un poeta stanco e perplesso dell’assurdità della vita, in particolare di quella moderna; esprime  il suo dolore con amara ironia,  talvolta con sarcasmo anche crudele, quasi sempre polemicamente. Ha uno stile ironico e mordace, talvolta molto corrosivo, ma mai ribelle, perché il Nostro, in definitiva, è per una vita semplice e sana,  una serena esistenza “piccolo borghese” che mal si concilia con la ribellione.

bardicchia poesie dialettaliEcco allora  la ricerca spasmodica del rifugio, trovato nel  mondo umile e pettegolo del paese natio, dove la gente è forse meno povera di un tempo sul piano economico, ma sicuramente  più povera sul piano umano per la perdita di alcuni valori tradizionali. Il poeta cerca quello che resta dei genuini sentimenti di un tempo ma quando si accorge che questo mondo sta irrimediabilmente cambiando e in peggio, allora si  rifugia ancora di più ne­gli affetti familiari, nella storia e nelle tradizioni, nei tempi passati e nella cara infanzia, fatta di sogni e di povere cose. Tutti temi in comune con Gozzano, come in comune è la visione del mondo che appare immobile e la rievocazione del tempo perduto acquista spesso l’odore della morte, intesa come perdita ed allontanamento ed appunto perciò dolorosa ma purtroppo inevitabile, temuta ma alla fine sopportata se non ricercata dal mo­mento che si lascia un mondo niente affatto a misura umana e meno che mai a misura di poeta.

Marcello Ignone

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Ultima modifica il Venerdì, 05 Marzo 2021 18:52