Le canne al vento di Cosima, quasi Grazia

Marcello Ignone Novembre 01, 2020 331

È uno di quei libri che bisogna avere nella propria biblioteca e che occorre aver letto, vuoi perché scritto dalla seconda donna al mondo (dopo la svedese Selma Lagerlöf) e prima italiana a ricevere, nel 1926, il premio Nobel per la letteratura, vuoi perché scritto da una donna che riuscì a trasformare in realtà il suo sogno più grande, diventare scrittrice. E non fu cosa da poco per una donna in quegli anni e in un contesto storico e sociale non favorevole. Grazia Deledda è l’emblema della caparbietà di una ragazza della profonda italiana che, nonostante l’arretratezza culturale e l’ipocrisia perbenista di genere, non vuole smettere di lottare per il suo sogno.

Grazia Deledda nacque a Nuoro il 27 settembre del 1871. La sua famiglia era abbastanza agiata ma la futura scrittrice si formò intellettualmente attraverso un lavoro essenzialmente autodidattico ed intense letture, anche se disordinate. Dalla lettura della Bibbia trasse un senso tragico della religione e del peccato, mentre dalla lettura dei grandi romanzieri francesi e russi le derivò la ferma convinzione di rappresentare le verità più intime dell’essere umano. Io racconto di uomini e donne, dirà la stessa scrittrice nel suo ultimo romanzo (Cosima, quasi Grazia, pubblicato postumo nel 1937). Una donna tenace che di sé scriveva:

Io non sogno la gloria per un sentimento di vanità e di egoismo, ma perché amo intensamente il mio paese, e sogno di poter un giorno irradiare con un mite raggio le fosche ombrie dei nostri boschi, di poter un giorno narrare, intesa, la vita e le passioni del mio popolo, così diverso dagli altri così vilipeso e dimenticato e perciò più misero nella sua fiera e primitiva ignoranza.

Ed ancora:

canne al ventoSono piccina piccina, sa, sono piccola anche in confronto delle donne sarde che sono piccolissime, ma sono ardita e coraggiosa come un gigante e non temo le battaglie intellettuali.

Per la sua formazione decisiva fu l'influenza esercitata dall’angusto ambiente sardo, rivissuto dalla scrittrice sempre come mondo primitivo e mitico, retto da leggi immutabili. Ne sono testimonianza i suoi Racconti sardi (1894) e il suo primo romanzo, Anime oneste (1895); dello stesso anno è il bellissimo saggio Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna e, successivamente, pubblicò la raccolta poetica Paesaggi sardi (1896). Nel 1900 sposò un impiegato del Ministero delle Finanze, Palmiro Madesani, conosciuto a Cagliari, e si trasferì a Roma e, nella capitale, si dedicò solo esclusivamente all'attività letteraria.

Sono di questo periodo le sue grandi opere: Elias Portolu (1903), Cenere (1904), che ispirerà un film con Eleonora Duse, Canne al vento (1913), Marianna Sirca (1915), La madre (1920), forse il suo romanzo più bello. Scrisse anche opere teatrali in collaborazione con altri autori: L'edera (1906), La Grazia (1921). Complessivamente, Grazia Deledda scrisse oltre cinquanta volumi di narrativa e questa sua vasta produzione fu seguita da un grande pubblico, in Italia e all’estero. Morì a Roma il 15 agosto del 1936, a causa di un tumore al seno.

Canne al vento è sicuramente il più celebre romanzo di Grazia Deledda (la prima edizione fu pubblicata nel 1913) e racconta la storia delle tre sorelle Pintor (Ruth, Ester e Noemi) rimaste nella vecchia casa paterna, a Galte, in Sardegna, con il vecchio fedele servo Efix, dopo la fuga in continente di una quarta sorella, Lia, e la tragica morte del padre, la cui fine si crede sia dovuta a disgrazia, ma in effetti l’uomo è stato ucciso involontariamente da Efix per favorire la fuga di Lia, della quale era innamorato. Il segreto di questo amore, e la relativa colpa, affiorano all’improvviso, dopo alcuni anni, dopo la morte di Lia e il ritorno nella casa materna di suo figlio Giacinto. Il giovane conduce una vita dissoluta che porta la famiglia al disastro economico, accompagnato da una serie di disgrazie, tra le quali la morte di Ruth, dovuta alla disperazione di vedere la famiglia rovinata economicamente e socialmente. Efix è convinto che queste disgrazie siano la conseguenza della sua antica colpa segreta. Il romanzo ha un epilogo liberatorio inatteso e non del tutto giustificato: la più giovane delle zie, Noemi, decide improvvisamente di sposare un ricco proprietario locale, don Predu, dopo averlo sempre respinto. Nello stesso giorno Efix muore.

Dal titolo comprendiamo il senso di fragilità degli esseri umani, incapaci di porre un freno alle loro passioni sempre distruttive e schiacciati da un destino avverso contro cui nulla possono. L’arso paesaggio sardo assomiglia ad un paesaggio biblico e la scrittrice vi inserisce sin da subito una profonda inquietudine causata da fattori soprannaturali che sfuggono agli uomini ma con i quali devono convivere, tanto è vero che per Efix è normale vivere con i folletti, i giganti della montagna, i santi, i morti che, per lui, sono reali e presenti tra i vivi.

È proprio Efix il protagonista,  il vecchio servo fedele delle tre sorelle Pintor, Ruth, Ester e Noemi. Le prime due sorelle sono avanti negli anni, hanno un carattere dolce e remissivo, mentre Noemi, pur matura, ha ancora un resto di gioventù e di bellezza, ma il suo carattere è duro e scontroso. Il padre, don Zame, le aveva cresciute appartate dal mondo e, quello che un tempo fu per queste donne una disgrazia, divenne in modo paradossale, dopo la morte del padre, la loro unica difesa.

La quarta sorella, Lia, non accettò la tragica sorte toccata alle sorelle e fuggì sul continente. Il padre morì proprio mentre inseguiva la figlia. Tutti pensarono ad una disgrazia ma fu Efix ad ucciderlo senza volerlo, cercando di proteggere la fuga di Lia della quale era forse anche innamorato. Il rimorso dell’omicidio, anche se involontario, divorò Efix. Lia ebbe un figlio, Giacinto, un poco di buono dedito al gioco ed al furto che, dopo la morte della madre, perse il posto di lavoro proprio a causa di un furto. Anche in Sardegna, dove si trasferì, Giacinto accumulò debiti su debiti che pagava con cambiali firmate a nome delle vecchie zie, sempre più disperate e in crisi.

Giacinto si innamorò di una povera ragazza, Grixenda, e la volle sposare, ma Efix, che nutriva affetto per il giovane, lo rimproverò e fu allora che Giacinto gli fece capire di sapere tutto dell’omicidio avvenuto anni prima. Fu allora che Efix tentò di salvare la famiglia dalla grave crisi economica cercando di far sposare don Predu, un ricco proprietario, con Noemi. La giovane rifiutò e Efix abbandonò la casa, convinto che fosse il giusto castigo divino per la sua colpa. Visse da vagabondo fino a quando, roso sempre di più dal rimorso e desideroso di espiare la colpa commessa, tornò al paese. Qui trovò Giacinto che finalmente aveva messo la testa a posto, lavorava come mugnaio e sposerà Grixenda; anche Noemi aveva accettato di sposare don Predu. Tutto si era sistemato e il buon Efix poteva finalmente riposare in pace. Efix morì proprio il giorno delle nozze di Noemi, rietendo alla sua padrona Ester che "Siamo canne, e la sorte è il vento!".

Gli uomini sono paragonati alle canne soggette ai venti impetuosi ed il perché lo sa solo Dio.

Questo romanzo, come la maggior parte di tutti gli altri, può essere assimilato ai romanzi di appendice e di consumo a causa della ripetitività degli intrecci, ed è per questo che Grazia Deledda è stata accostata ai decadenti o, comunque, in un'area di transizione al Decadentismo e molto meno al Verismo o, meglio, al Regionalismo di Verga e al suo mondo popolato di “vinti”.

La scrittrice sarda riduce e risolve la crisi dell’arcaica civiltà agro-pastorale a livello morale e religioso, al fine di ristabilire i valori della tradizione e punire chi ha peccato violandola.

Pur vivendo, di fatto, tra due poli, uno sul continente, la capitale Roma, e uno in Sardegna, la sua Nuoro, Grazia Deledda non riesce a staccarsi dal mondo sardo, luogo mitico e senza tempo.

 

 

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Ultima modifica il Domenica, 01 Novembre 2020 18:20