RADICI DI PENSIERO. Cinque menti del Novecento brindisino

Serafino Scalera Luglio 06, 2026 473

Benvenuti all’ultimo appuntamento di “RADICI DI PENSIERO”. Sono Serafino Scalera, filosofo dell’educazione. In queste settimane abbiamo scavato nella mente e nelle intuizioni di uomini capaci di incidere nel buio, e oggi accendiamo i riflettori su Pietro Chimienti, una figura che, come poche, mostra quanto la coerenza morale e la visione delle istituzioni possano trasformare la storia e quanto, invece, possano crollare quando la libertà viene sacrificata all’illusione di un ordine facile. Brindisi, dall’errore di Chimienti, può imparare che la solidità di una comunità non si misura dalla quiete apparente, ma dalla capacità di proteggere le differenze, di vigilare sul linguaggio del “bisogna”, di non barattare il pluralismo con la promessa di una stabilità immediata. Perché quando il pensiero smette di criticare e diventa obbedienza, anche le idee più luminose si spengono e la cattedrale, un giorno, non è più ricostruibile. Che la lettura ci illumini.

PIETRO CHIMIENTI E LA CATTEDRALE CHE SI FRANTUMA

Brindisi, 1864: il mare respira tempesta e promesse. Qui nasce un uomo che, per gran parte della sua vita, vede nelle istituzioni parlamentari una cattedrale di cristallo bellissima e fragile. Per il giovane Pietro Chimienti il Parlamento non è un grigio ufficio di burocrati, ma un motore perfetto, che ha bisogno di un carburante rarissimo, a virtù morale degli uomini. Se chi siede su quegli scranni smette di servire lo Stato e inizia a servirsene, la cattedrale si sporca, si incrina, crolla. È l’eterna lotta tra il diritto e la forza, tra l’ideale puro e il fango degli egoismi umani.

Formatosi nell’alveo della scuola giuspubblicistica liberale, Chimienti fu noto nella cultura giuridica italiana del suo tempo come studioso del diritto costituzionale inglese e della sua influenza sulle varie costituzioni europee. Da tali studi trasse il convincimento che le istituzioni rappresentative preposte alla conservazione e allo sviluppo del regime parlamentare svolgono un ruolo insostituibile nell’organizzazione del potere politico dei moderni Stati costituzionali. Coerente con tale assunto, intervenne nel dibattito sul parlamentarismo, che si svolgeva in Italia negli anni in cui il giurista pugliese maturava i propri studi, distinguendo tra la positività dell’ordinamento parlamentare e la negatività prodotta dal comportamento deviante di uomini e gruppi politici miranti non a servire il sistema rappresentativo, ma a servirsene per il raggiungimento di fini particolaristici. Come scrive la Treccani, per lui la salute della democrazia non dipende dall’architettura delle sue leggi, ma dal battito cardiaco dell’eticità dei suoi cittadini. Quando entra in politica nel 1900, eletto proprio nella sua Brindisi, Chimienti non sceglie la torre d’avorio dei filosofi. Diventa un fabbro della politica. Capisce che la politica è fatta d’interessi che si muovono e lottano, come correnti marine che si scontrano nel canale d’Otranto. Si fa voce e scudo della borghesia brindisina, di quei mercanti e viticultori che lottano contro il vento gelido del protezionismo del Nord. Insieme ai grandi meridionalisti dell’epoca, combatte per dare ossigeno alle vigne della sua terra, convinto che il Sud non debba chiedere l’elemosina, ma pretendere il proprio spazio. Brindisi lo ama e lo rimanda a Roma per cinque legislature, lui è il timoniere che sa governare l’equipaggio, l’uomo che unisce la pragmatica cura del territorio ai grandi ideali della nazione. Ma il Novecento è un secolo feroce, un terremoto che inghiotte anche le menti più lucide. Nel primo dopoguerra, davanti al caos e alle piazze che urlano, la bussola di Chimienti impazzisce. Il giurista che aveva amato la libertà si spaventa. Cerca l’ordine nel pugno di ferro e sceglie il fascismo. È un’abiura dolorosa, quasi un tradimento di se stesso, l’uomo che aveva difeso il Parlamento come un tempio sacro ne giustifica la profanazione, legittimando la cacciata delle opposizioni. Nel 1933 scrive un trattato di diritto fascista dedicato a Mussolini, definendo il suffragio universale e le libere elezioni come idoli della piazza. Quella cattedrale di cristallo che aveva protetto per vent’anni viene ridotta in frantumi proprio dalla sua penna, liquidando il passato come un’epoca di parassiti e fazioni. Muore nel 1938, a Roma, dopo aver sacrificato la libertà sull’altare di un’illusoria stabilità. Se oggi cammini per le banchine del porto di Brindisi, l’ombra di Chimienti è ancora lì, a interrogarci da dietro l’orizzonte. Quella Brindisi che un tempo esportava vino e sogni attraverso le navi della Valigia delle Indie, oggi si trova a un altro bivio della storia. Ieri la sfida era difendere i viticultori dai dazi; oggi è inventare il futuro dopo il carbone, traghettare la città fuori dalle ciminiere industriali verso una nuova alba energetica e ambientale. Il porto resta il cuore pulsante, la ferita e la speranza di questa terra. La parabola di Chimienti ci urla che le macchine economiche e i progetti di sviluppo non bastano se manca una classe dirigente coraggiosa ed etica. Ci ricorda, con il sapore amaro del suo fallimento finale, che quando una comunità smette di curare la virtù dei propri rappresentanti e cede alla tentazione dell’uomo forte o dell’isolamento, perde la propria rotta e finisce per naufragare.

---------------
Per restare aggiornato con le ultime news del Gazzettino di Brindisi seguici e metti “Mi piace” sulla nostra pagina Facebook. Puoi guardare i video pubblicati sul nostro canale YouTube. 
Per scriverci e interagire con la redazione contattaci

Ultima modifica il Lunedì, 06 Luglio 2026 07:23