Si è chiusa domenica 27 luglio la settima edizione del Messapica Film Festival
Si è chiusa domenica 27 luglio la settima edizione del Messapica Film Festival, che ha animato la città di Mesagne con proiezioni, masterclass, incontri e presentazioni.
Un cinema, due arene sotto le stelle e un palco al centro della città per un festival, quello diretto da Floriana Pinto, che propone sguardi, che sollecita riflessioni, che invita al dialogo e che mette al centro l’umano.
Quattordici lungometraggi, sette cortometraggi, tre masterclass dedicate ai mestieri del cinema, sei presidi di umanità, una mostra/podcast, l’anteprima di un film collettivo realizzato con gli studenti di Puglia, Sardegna, Lazio e Toscana nel progetto Meff School Italia, due serate a tema cinema condotte dai ragazzi e le ragazze del Piccolo Cinema Ken Loach, ospiti e conversazioni che hanno arricchito le piazze della città.
Il festival si è concluso con l’attribuzione dei premi da parte di una prestigiosa giuria composta dal direttore di FanPage Francesco Cancellato, dal montatore Francesco di Stefano, dalla psichiatra Annelore Homberg.
Il Premio come Miglior Film è andato a Bird di Andrea Arnold (UK, 2024), per la sua capacità rara di unire un’osservazione rigorosamente realistica del mondo degli adolescenti marginalizzati con un linguaggio visivo fortemente lirico e originale, presentandosi come un’opera inclassificabile ma proprio per questo dotata di vibrante vitalità. Il racconto della complessa crescita della dodicenne Bailey, intrappolata in una quotidianità segnata da povertà e instabilità affettiva, è tratteggiato da una regia esperta e sensibile che riesce a mantenere insieme, in armonia formale e senza contraddizioni, la forza del realismo sociale e la delicatezza della poesia, regalandoci un’immagine dell’adolescenza come ricerca: ricerca di sé, di un luogo sicuro, di una voce. Lo fa senza retorica, ma con una scrittura viscerale, dove ogni dettaglio visivo diventa veicolo di significato e speranza.
Una menzione speciale è stata attribuita a “Il seme del fico sacro” di Mohammad Rasoulof (Iran, 2024) per il coraggio e la sensibilità’, mai disgiunte da originalità filmica, con cui rappresenta un’intera società, quella iraniana, attraverso il microcosmo di una famiglia composta prevalentemente da donne. Con struggente acume e rinunciando a ogni schematismo descrittivo, il film costringe lo spettatore a confrontarsi con la repressione feroce e il regime di sospetti e paura messi in atto da chi detiene il potere. Controllo e ferocia che hanno portato, a partire dal 2022, alla novità assoluta di una rivolta guidata da donne, per lo più giovanissime. Si racconta che il fico sacro finisce per soffocare l’albero che gli dà sostegno. Nella complessità del racconto, tra progressiva involuzione del capofamiglia e crescente “presa di coscienza” dei personaggi femminili, il film racconta una resistenza sofferta e umanissima alla dinamica assassina del “Ficus religiosa” ed è egli stesso, anche per le circostanze della sua realizzazione, espressione concreta di questa resistenza che continua.
Una seconda menzione speciale è andata a Vittoria di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman (Italia, 2024) perché ci fa dono di una storia potente, mossa dall'irrazionalità del desiderio, tanto onirica quanto cruda e reale come fosse un documentario, narrata dalle voci e dai corpi di chi quella storia l'ha realmente vissuta e l'ha rimessa in scena, a due anni di distanza. Perché lo fa incastonando quella storia in un intreccio di storie altrettanto forti, che danno ulteriore profondità alla vicenda umana di Jasmine e Rino. Perché, soprattutto, l'abbraccio tra Rino e un padre e una figlia ci dona un finale memorabile, che dopo tanto disagio, tensioni, urla e paure ci riconcilia con la vita, perché quel che conta davvero è che "la bambina sta bene".
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