Papa Francesco sul concetto di verità e sul rapporto tra scienza e fede

Silvano Tagliagambe Maggio 02, 2025 766

Nel febbraio del 2022, in collegamento con la trasmissione di Fabio Fazio “Che tempo che fa”, papa Francesco ha tenuto gli italiani incollati al televisore intrattenendoli sui temi più urgenti del nostro mondo: dall’immigrazione alla guerra, dalla povertà ai mali della Chiesa. Riguardo a quest’ultimo tema, particolarmente scottante, ne ha individuato in maniera esplicita le radici:

«Io immagino la Chiesa del futuro come l’ha immaginata San Paolo VI dopo il Concilio, con l’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi. Poi io ho ne ho fatta un’altra, che si chiama Evangelii Gaudium, ma non è tanto originale, è un plagio di Evangelii Nuntiandi. Io ho solo cercato di indicare la strada della Chiesa verso il futuro: una Chiesa in pellegrinaggio. E oggi il male più grande della Chiesa, il più grande, è la mondanità spirituale. Una Chiesa mondana. Un grande teologo, il cardinale de Lubac, diceva che la mondanità spirituale è il peggio dei mali che possono accadere alla Chiesa, peggio ancora del male dei Papi libertini. Peggio ancora, dice, peggio ancora. E questa mondanità spirituale dentro la Chiesa fa crescere una cosa brutta, il clericalismo, che è una perversione della Chiesa. Il clericalismo che c’è nella rigidità, e sotto ogni tipo di rigidità c’è putredine, sempre. Queste sono le cose brutte che succedono oggi nella Chiesa, la mondanità spirituale che crea questo clericalismo e che porta a posizioni rigide, ideologicamente rigide, e l’ideologia prende il posto del Vangelo. Sugli atteggiamenti pastorali ne dico solo due, che sono vecchi: il pelagianesimo e lo gnosticismo. Il pelagianesimo è credere che con la mia forza posso andare avanti. No, la Chiesa va avanti con la forza di Dio, la misericordia di Dio e la forza dello Spirito Santo. E lo gnosticismo, quello mistico, senza Dio, questa spiritualità vuota… no, senza la carne di Cristo non c’è intesa possibile, senza la carne di Cristo non c’è redenzione possibile. Dobbiamo tornare al centro un’altra volta: “Il verbo si è fatto carne”. In questo scandalo della croce, del verbo incarnato, c’è il futuro della Chiesa».

In questa risposta c’è una sostanziale rivisitazione del concetto di “verità dogmatica” che ne mette in discussione l’immutabilità, che la rende estrinseca al credente, per metterne invece in risalto il valore e il significato di reale rivelazione salvifica per colui che la accoglie, e dunque il suo legame indissolubile con la persona e con l’esigenza imprescindibile dell’incontro con essa. Questo mutamento è spiegato con cristallina chiarezza in un breve testo che l’arcivescovo di Cagliari, Giuseppe Baturi, ha scritto per un agile volume sulle verità che l’associazione GiULiA (acronimo di: GIornaliste Unite LIbere Autonome) Giornaliste Sardegna ha ideato e pubblicato l’anno scorso, chiamando a raccolta filosofi, scienziati, giornalisti, prelati, giudici, avvocati proprio per parlare, in 18 snelli e densi interventi, di verità al plurale, anziché al singolare, come sembrerebbe più appropriato, in sintonia con l’idea del senso comune che la verità sia una sola e che la si debba distinguere, in quanto tale, dal falso. Ecco per intero quello che ha scritto Monsignor Baturi:

«Il termine dogma deriva dalla parola greca dógma che voleva in origine indicare un’opinione e, in seguito, anche una decisione. Non può negarsi però che la nozione crea a molti delle difficoltà, se non delle ostilità. L’aggettivo dogmatico a volte assume una connotazione negativa, indicando un’affermazione perentoria o pretenziosa di convincimenti. È proprio così?

Verità come oggetto rivelato

Quando il cristianesimo si affacciò nel panorama pagano ebbe una scelta cruciale da compiere rispetto al proprio annuncio: come proclamare il Vangelo in un “ambiente saturo di dei”[1]. La scelta fu “per il Dio dei filosofi, contro il Dio delle religioni”[2], ovvero “l’opzione per il logos contro ogni sorta di mito”[3]. La tradizione del logos cristiano si tradusse così in un annuncio corrispondente al logos ellenistico, per mezzo del quale la verità del Vangelo, alla prova del tempo, della storia, e nel confronto con la cultura pagana, poteva essere equipaggiata da un armamentario intellettuale sotto forma di formule dogmatiche; la concezione di verità a essa sottesa, conformemente alla concezione essenzialista greca e in stretta connessione con il concetto di “essere”, si identificava in tal modo con “la realtà che è per sé”[4], immutabile, eterna e universale[5]. Il concetto di “dogma”, venendo alla luce con questi “tratti ereditari”, inquadra una verità di fede rivelata che, in quanto tale, ogni cristiano di ogni tempo e di ogni dove è tenuto a credere come vincolante per la propria fede[6]. Si pensi ai dogmi dell’Incarnazione e della Risurrezione di Cristo, condivisi tra tutti i cristiani, o a quelli mariani dell’Immacolata Concezione e dell’Assunzione della Madre di Dio, accettati solo dalla Chiesa cattolica. Rimanere fedeli al dogma significa rimanere fedeli alla verità stessa rivelata da Dio, ovvero rimanere fedeli a quel Vangelo la cui verità viene condensata, protetta e assicurata attraverso la formulazione dogmatica. L’insieme delle formule dogmatiche, sicura garanzia dell’oggettiva realtà di Dio e del Vangelo, va a configurare ciò che la teologia ha racchiuso sotto il nome di “dottrina”. Essa differisce dalle discipline filosofiche per il suo intrinseco fine: “dalla conoscenza di questa verità dipende l’intera salvezza dell’uomo”[7], la cui rivelazione divina è la necessaria condizione di possibilità. La verità dottrinale è pertanto una verità perpetua, definitiva e infallibile, la cui conoscenza può sì accrescere in intelligenza e sapienza, perché non può mai esaurire la parola di Dio sulla quale è fondata, ma in alcun modo può cambiare nella sua formulazione dogmatica[8]. Può dirsi che la verità dogmatica ha quindi una funzione di liberazione dal soggettivismo delle opinioni, di comunione di quanti vi aderiscono, di testimonianza nei riguardi della comunità degli uomini.

Verità come rapporto tra oggetto e soggetto

Il concetto tradizionale di verità dogmatica rimane parziale senza la considerazione del rapporto tra l’oggettività del dogma e la soggettività di colui che è tenuto a credere a tale verità. Ogni dogma, infatti, viene sempre definito dalla Chiesa in un’ottica soteriologica. Non esiste verità di fede che non sia propter nos homine et propter nostram salutem. Nel dirimere le controversie dottrinali, in particolare nei primi grandi Concili e nelle crisi più drammatiche, la Chiesa ha sempre adoperato tale criterio per decidere quale verità fare “prevalere” e proporre come vincolante.

Il realismo cristiano consente di non confinare la verità dogmatica alla rigidità di una formula o all’astrattezza di un’idea, ma di preservare il decisivo rapporto tra oggetto e soggetto. La dottrina cristiana è tale se annunciata: se infatti essa, nel suo insieme di dogmi, ha la pretesa di consegnare (tradire) intatta e sempre uguale tale verità a ogni uomo di ogni tempo; tuttavia, essa realizza il suo intrinseco fine soltanto nella misura in cui essa è accolta nella fede da un soggetto che con essa si confronta. In questo secondo livello di comprensione di “verità dogmatica” appare chiaro che non si può dare una formula dogmatica senza il destinatario di tale formula dogmatica: la verità consiste nell’adeguazione della cosa (l’oggetto) all’intelletto e dell’intelletto (il soggetto) alla cosa. La verità dogmatica, dunque, non si riduce all’oggetto da credere come immutabile e infallibile, ma risiede nel rapporto tra questo e il soggetto credente. Tale verità, infatti, trova il suo compimento soltanto nella sua dimensione soteriologica, ovvero nella possibilità che questa non sia semplicemente qualcosa di estrinseco al credente, ma una reale rivelazione salvifica per colui che la accoglie.

Verità come persona e come incontro

Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). Per completare il discorso sulla verità dogmatica occorre contemplare una terza e determinante dimensione: la rivelazione della verità come persona. La verità, in questa prospettiva, non è semplicemente intesa quale oggetto rivelato a cui credere od oggetto da conoscere, ma il volto di una persona che mi incontra e interpella la mia libertà e la mia fede. Il passo decisivo del Concilio Vaticano II consiste nel rimettere al centro una rivelazione per cui non è più Dio a comunicare qualcosa di sé, ma è Dio stesso il soggetto e l’oggetto della rivelazione: “Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr. Ef 2,18; 2 Pt 1,4)”[9]. La verità dogmatica si compie nella persona di Gesù Cristo, nel quale l’amore di Dio diviene visibile, ci parla come ad amici e ci invita alla comunione con sé[10]. A questa rivelazione personale, l’uomo si abbandona interamente e liberamente prestando “il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà”[11].

La persona di Gesù Cristo da un lato garantisce l’oggettività di una verità fattuale (la persona di Cristo è un fatto e un evento), dall’altra invera la relazione con ogni uomo che è da lui incontrato. La verità dogmatica, in questo senso, è la verità della relazione e dell’incontro con il Dio che si rivela in Gesù Cristo. Questa verità è consegnata alla Chiesa, la quale è chiamata a rendere presente la verità di Cristo nella storia, senza compromessi (preservando, cioè, l’oggettività di una verità che non si dissolve negli eventi mutevoli della storia), ma sempre nell’ottica della carità, la quale è il vero fine di qualsiasi verità voglia definirsi dogmatica e cristiana. In questo senso la verità dogmatica non è frutto di uno sforzo intellettuale, ma la grazia di un incontro con Cristo, il quale dà significato e pienezza alla vita di colui che ne fa esperienza.

In sintesi: il concetto di verità dogmatica non è univoco. Esso si declina innanzitutto come realtà oggettiva, esposta da una formulazione dogmatica, il cui contenuto è da intendersi come immutabile e infallibile. In secondo luogo, concerne il rapporto tra tale contenuto e il soggetto che lo accoglie; tale accoglienza, frutto della fede, è la dimensione salvifica e personale della verità dogmatica. La terza e ultima dimensione pone al centro la persona di Cristo, verità incarnata, quale fondamento e sintesi di ogni verità cristiana».

Quanto papa Francesco durante l’intero suo magistero abbia inteso accreditare questo concetto di verità ce lo dicono con chiarezza tutti i suoi interventi sul rapporto tra fede e scienza. Nel suo discorso del 18 novembre 2017 ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura nel quale si è soffermato, in particolare, su tre sviluppi scientifici e tecnici: la medicina e la genetica, le neuroscienze e i progressi incredibili delle macchine autonome e pensanti, ha ricordato che «La domanda sull’essere umano: “Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi?” (Sal 8,5) risuona nella Bibbia sin dalle sue prime pagine e ha accompagnato tutto il cammino di Israele e della Chiesa. A questa domanda la Bibbia stessa ha offerto una risposta antropologica che si delinea già nella Genesi e percorre tutta la Rivelazione, sviluppandosi attorno agli elementi fondamentali della relazione e della libertà. La relazione si dirama secondo una triplice dimensione: verso la materia, la terra e gli animali; verso la trascendenza divina; verso gli altri esseri umani. La libertà si esprime nell’autonomia – naturalmente relativa – e nelle scelte morali. Questo impianto fondamentale ha retto per secoli il pensiero di gran parte dell’umanità e conserva ancora oggi la sua validità. Ma, nello stesso tempo, oggi ci rendiamo conto che i grandi principi e i concetti fondamentali dell’antropologia sono non di rado messi in questione anche sulla base di una maggiore consapevolezza della complessità della condizione umana ed esigono un approfondimento ulteriore».

In che direzione vada orientato questo approfondimento papa Francesco lo ha precisato il 12 novembre 2018 nell’udienza ai membri della Pontificia Accademia delle scienze, nel quale viene messo in particolare risalto il rapporto tra il contenuto complessivo della conoscenza e i soggetti che lo devono accogliere, che vanno sempre tenuti presenti ed estesi quanto possibile:


 «I cambiamenti globali sono sempre più influenzati dalle azioni umane. Perciò sono necessarie anche risposte adeguate per la salvaguardia della salute del pianeta e delle popolazioni, una salute messa a rischio da tutte quelle attività umane che usano combustibile fossile e deforestano il pianeta (Lett. enc. Laudato si’, 23). La comunità scientifica, così come ha fatto progressi nell’identificare questi rischi, è ora chiamata a prospettare valide soluzioni e a convincere le società e i loro leader a perseguirle.

So che, in tale prospettiva, nelle vostre sedute individuate le conoscenze che emergono dalla scienza di base e siete abituati a collegarle con visioni strategiche che tendano a studiare a fondo i problemi. È vostra vocazione individuare gli sviluppi innovativi in tutte le principali discipline della scienza di base e riconoscere le frontiere tra i vari settori scientifici, in particolare in fisica, astronomia, biologia, genetica e chimica. Questo è parte del servizio che fate all’umanità.

Accolgo con favore il fatto che l’Accademia si concentri anche sulle nuove conoscenze necessarie per affrontare le piaghe della società contemporanea. I popoli chiedono giustamente di partecipare alla costruzione delle proprie società. I proclamati diritti universali devono diventare realtà per tutti, e la scienza può contribuire in modo decisivo a tale processo e all’abbattimento delle barriere che lo ostacolano. […]

La Chiesa non si attende dalla scienza che segua soltanto i principi dell’etica, che sono un patrimonio inestimabile del genere umano. Essa si aspetta un servizio positivo, che possiamo chiamare con San Paolo VI la “carità del sapere”. A voi, cari scienziati e amici della scienza, sono state affidate le chiavi del sapere. Vorrei essere presso di voi l’avvocato dei popoli ai quali non arrivano che da lontano e raramente i benefici del vasto sapere umano e delle sue conquiste, specialmente in materia di alimentazione, salute, educazione, connettività, benessere e pace. Permettetemi di dirvi a nome loro: la vostra ricerca possa giovare a tutti, al fine che i popoli della terra ne siano sfamati, dissetati, sanati e formati; la politica e l’economia dei popoli vi attingano indicazioni per procedere con maggiore certezza verso il bene comune, a vantaggio specialmente dei poveri e dei bisognosi, e verso il rispetto del pianeta. Questo è l’immenso panorama che si dischiude agli uomini e alle donne di scienza quando si affacciano sulle attese dei popoli: attese animate da fiduciosa speranza ma anche da inquietudine e ansietà».

Il  4 ottobre 2021, in occasione della 26a Conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico, tenutasi a novembre di quell’anno a Glasgow, il Papa ha subito concentrato l’attenzione su tre concetti: lo sguardo dell’interdipendenza e della condivisioneil motore dell’amore e la vocazione al rispetto.

E li ha così chiariti:

«1. Tutto è collegato, nel mondo tutto è intimamente connesso. Non solo la scienza, ma anche le nostre fedi e le nostre tradizioni spirituali mettono in luce questa connessione esistente tra tutti noi e con il resto del creato. Riconosciamo i segni dell’armonia divina presente nel mondo naturale: nessuna creatura basta a sé stessa; ognuna esiste solo in dipendenza dalle altre, per completarsi vicendevolmente, al servizio l’una dell’altra. Potremmo quasi dire l’una donata dal Creatore alle altre, perché nella relazione di amore e di rispetto possano crescere e realizzarsi in pienezza. Piante, acque, esseri animati sono guidati da una legge impressa da Dio in essi per il bene di tutto il creato.

Riconoscere che il mondo è interconnesso significa non solo comprendere le conseguenze dannose delle nostre azioni, ma anche individuare comportamenti e soluzioni che devono essere adottati con sguardo aperto all’interdipendenza e alla condivisione. Non si può agire da soli, è fondamentale l’impegno di ciascuno per la cura degli altri e dell’ambiente, impegno che porti al cambio di rotta così urgente e che va alimentato anche dalla propria fede e spiritualità. Per i cristiani, lo sguardo dell’interdipendenza sgorga dal mistero stesso del Dio Trino: “La persona umana tanto più cresce, matura e si santifica quanto più entra in relazione, quando esce da sé stessa per vivere in comunione con Dio, con gli altri e con tutte le creature. Così assume nella propria esistenza quel dinamismo trinitario che Dio ha impresso in lei fin dalla sua creazione». […]

«2. Questo impegno va sollecitato continuamente dal motore dell’amore: “Dall’intimo di ogni cuore, l’amore crea legami e allarga l’esistenza quando fa uscire la persona da sé stessa verso l’altro”. Tuttavia, la forza propulsiva dell’amore non viene ‘messa in moto’ una volta per sempre, ma va ravvivata giorno per giorno; questo è uno dei grandi contributi che le nostre fedi e tradizioni spirituali possono offrire nel facilitare questo cambio di rotta di cui abbiamo tanto bisogno.

L’amore è specchio di una vita spirituale vissuta intensamente. Un amore che si estende a tutti, oltre le frontiere culturali, politiche e sociali; un amore che integra, anche e soprattutto a beneficio degli ultimi, i quali spesso sono coloro che ci insegnano a superare le barriere dell’egoismo e a infrangere le pareti dell’io». […]

«3. Questa cura è anche una vocazione al rispetto: rispetto del creato, rispetto del prossimo, rispetto di sé stessi e rispetto nei confronti del Creatore. Ma anche rispetto reciproco tra fede e scienza, per “entrare in un dialogo tra loro orientato alla cura della natura, alla difesa dei poveri, alla costruzione di una rete di rispetto e di fraternità”. Un rispetto che non è mero riconoscimento astratto e passivo dell’altro, ma vissuto in maniera empatica e attiva nel voler conoscere l’altro ed entrare in dialogo con lui per camminare insieme in questo viaggio comune, sapendo bene che, come ancora indicato nell’Appello, “ciò che possiamo ottenere dipende non solo dalle opportunità e dalle risorse, ma anche dalla speranza, dal coraggio e dalla buona volontà”».

Nel discorso del 10 settembre 2022 in occasione della Sessione Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze, dedicata al tema “Scienza di base per lo sviluppo umano, la pace e la salute planetaria”, Papa Francesco risponde, prima di tutto, a una domanda che non pochi si pongono: perché i Papi, a partire dal 1603, hanno voluto avere un’Accademia delle Scienze?

Ecco la sua risposta:

«Nessun’altra istituzione religiosa che io conosca possiede un’Accademia di questo tipo, e molti leader religiosi si sono interessati per crearne una simile. Lasciando ad altri le ricostruzioni storiche, mi piace interpretare oggi questa scelta nell’orizzonte dell’amore e della cura per la casa comune in cui Dio ci ha posto a vivere. La Chiesa condivide e promuove la passione per la ricerca scientifica come espressione dell’amore per la verità, per la conoscenza del mondo, del macrocosmo e del microcosmo, della vita nella stupenda sinfonia delle sue forme. San Tommaso afferma che “fine di tutto l’universo è la verità” (Summa c.G., I, 1). Noi siamo parte di questo universo, e lo siamo con una responsabilità unica, che ci deriva dal fatto che di fronte alla realtà siamo capaci di meraviglia e ci domandiamo “perché?”. Dunque, alla base c’è quest’attitudine contemplativa; e, complementare ad essa, c’è il compito di custodire il creato. In questa prospettiva, cari amici, si pone anche il tema di questa vostra Sessione Plenaria».

A proposito della scelta di questo tema così si esprime:

«In questa Sessione Plenaria, sottolineate la “scienza di base”, che ci offre tante nuove conoscenze sulla Terra, sull’universo e sul posto dell’essere umano in esso. Mi congratulo perché mantenete l’obiettivo di collegare la scienza di base con la risoluzione delle sfide attuali; collegare l’astronomia, la fisica, la matematica, la biochimica, le scienze del clima con la filosofia, al servizio dello sviluppo umano, della pace e della salute del pianeta. Questo approccio connettivo è molto importante perché, man mano che le conquiste delle scienze accrescono il nostro stupore per la bellezza e la complessità della natura, si avverte sempre più la necessità di studi interdisciplinari, legati alla riflessione filosofica, che portino a nuove sintesi. Questa visione interdisciplinare, se tiene conto anche della Rivelazione e della teologia, può contribuire a dare risposte alle domande ultime dell’umanità, che vengono poste anche dalle nuove generazioni, a volte disorientate.
In effetti, le conquiste scientifiche di questo secolo devono essere sempre orientate dalle esigenze della fraternità, della giustizia e della pace, contribuendo a risolvere le grandi sfide che l’umanità e il suo habitat si trovano ad affrontare. Anche in questo senso la Pontificia Accademia delle Scienze è unica nella sua struttura, nella sua composizione e nei suoi obiettivi, sempre volti a partecipare i benefici della scienza e della tecnologia al maggior numero di persone, soprattutto ai più bisognosi e svantaggiati; e così essa mira anche alla liberazione da diverse forme di schiavitù, come il lavoro forzato, la prostituzione e il traffico di organi. Questi crimini contro l’umanità, che vanno di pari passo con la povertà, si verificano anche nei Paesi sviluppati, nelle nostre città. Il corpo umano non può essere mai, né in parte né nella sua interezza, oggetto di commercio! Mi rallegro che la PAS [Pontificia Accademia delle Scienze] è attivamente impegnata a sostenere questi scopi e vorrei che continuasse a farlo con un’intensità commisurata alla crescente necessità».

Questo l’auspicio con il quale ha concluso questo suo intervento:


«È necessario mobilitare tutte le conoscenze basate sulla scienza e sull’esperienza per superare la miseria, la povertà, le nuove schiavitù, e per evitare le guerre. Rifiutando alcune ricerche, inevitabilmente destinate, in circostanze storiche concrete, a fini di morte, gli scienziati di tutto il mondo possono unirsi in una comune disponibilità a disarmare la scienza e formare una forza per la pace. Nel nome di Dio, che ha creato tutti gli esseri umani per un comune destino di felicità, siamo chiamati oggi a testimoniare la nostra essenza fraterna di libertà, giustizia, dialogo, incontro reciproco, amore e pace, evitando di alimentare odio, risentimento, divisione, violenza e guerra».

Queste sue idee sul concetto di verità sono state ulteriormente ribadite e approfondite il 20 febbraio 2023 del discorso di apertura dei lavori della plenaria della Pontifica Accademia per la Vita sul tema ‘Convergere sulle Persone. Le tecnologie emergenti per il bene comune’  nel quale papa Francesco si è soffermato sul cambiamento delle condizioni di vita dell’uomo nel mondo tecnologico, sull’impatto delle nuove tecnologie sulla definizione stessa di ‘uomo’ e di ‘relazione’, con particolare riferimento alla condizione dei soggetti più vulnerabili, e sul concetto di ‘conoscenza’ e le conseguenze che ne derivano, delineando tre sfide da lui ritenuto particolarmente importanti al riguardo:

«Prima sfida: il cambiamento delle condizioni di vita dell’uomo nel mondo della tecnica. Sappiamo che è proprio dell’uomo agire nel mondo in modo tecnologico, trasformando l’ambiente e migliorandone le condizioni di vita. Lo ha ricordato Benedetto XVI, affermando che la tecnica “risponde alla stessa vocazione del lavoro umano“ e che “nella tecnica, vista come opera del proprio genio, l’uomo riconosce sé stesso e realizza la propria umanità“. Essa dunque ci aiuta a comprendere sempre meglio il valore e le potenzialità dell’intelligenza umana, e al tempo stesso ci parla della grande responsabilità che abbiamo nei confronti del creato.

In passato la connessione tra culture, attività sociali e ambiente, grazie a interazioni meno fitte e ad effetti più lenti, risultava meno impattante. Oggi, invece, il rapido sviluppo dei mezzi tecnici rende più intensa ed evidente l’interdipendenza tra l’uomo e la “casa comune”, come già riconosceva San Paolo VI nella Populorum progressio. Anzi, la forza e l’accelerazione degli interventi è tale da produrre mutazioni significative – perché c’è un’accelerazione geometrica, non matematica –, sia nell’ambiente che nelle condizioni di vita dell’uomo, con effetti e sviluppi non sempre chiari e prevedibili. Lo stanno dimostrando varie crisi, da quella pandemica a quella energetica, da quella climatica a quella migratoria, le cui conseguenze si ripercuotono le une sulle altre, amplificandosi a vicenda. Un sano sviluppo tecnologico non può non tener conto di questi complessi intrecci.

Seconda sfida: l’impatto delle nuove tecnologie sulla definizione di “uomo” e di “relazione”, soprattutto in merito alla condizione dei soggetti vulnerabili. È evidente che la forma tecnologica dell’esperienza umana sta diventando ogni giorno più pervasiva: nelle distinzioni tra “naturale” e “artificiale”, “biologico” e “tecnologico”, i criteri con cui discernere il proprio dell’umano e della tecnica diventano sempre più difficili. Perciò è importante una seria riflessione sul valore stesso dell’uomo. Occorre, in particolare, ribadire con decisione l’importanza del concetto di coscienza personale come esperienza relazionale, che non può prescindere né dalla corporeità né dalla cultura. In altre parole, nella rete delle relazioni, sia soggettive che comunitarie, la tecnologia non può soppiantare il contatto umano, il virtuale non può sostituire il reale e nemmeno i social l’ambito sociale. E noi siamo nella tentazione di far prevalere il virtuale sul reale: è una tentazione brutta, questa.

Anche all’interno dei processi di ricerca scientifica la relazione tra persona e comunità segnala risvolti etici sempre più complessi. Ad esempio, in ambito sanitario, dove la qualità dell’informazione e dell’assistenza del singolo dipende in gran parte dalla raccolta e dallo studio dei dati disponibili. Qui si deve affrontare il problema di coniugare la riservatezza dei dati della persona con la condivisione delle informazioni che la riguardano nell’interesse di tutti. Sarebbe egoistico, infatti, chiedere di essere curati con le migliori risorse e competenze di cui la società dispone senza contribuire ad accrescerle. Più in generale, penso all’urgenza che la distribuzione delle risorse e l’accesso alle cure vadano a vantaggio di tutti, perché siano ridotte le disuguaglianze e sia garantito il sostegno necessario specialmente ai soggetti più fragili, come le persone disabili, ammalate e povere.

Per questo occorre vigilare sulla velocità delle trasformazioni, sull’interazione tra i cambiamenti e sulla possibilità di garantirne un equilibrio complessivo. Non è poi detto che tale equilibrio sia uguale nelle diverse culture, come invece sembra presumere la prospettiva tecnologica quando s’impone come linguaggio e cultura universale e omogenea – questo è uno sbaglio –; l’impegno va invece rivolto a “fare in modo che ognuno cresca con lo stile che gli è peculiare, sviluppando le proprie capacità di innovare a partire dai valori della propria cultura”.

Terza sfida: la definizione del concetto di conoscenza e le conseguenze che ne derivano. L’insieme degli elementi fin qui considerati ci porta a interrogarci sui nostri modi di conoscere, consapevoli del fatto che già il tipo di conoscenza che mettiamo in atto ha in sé dei risvolti morali. È ad esempio riduttivo cercare la spiegazione dei fenomeni solo nelle caratteristiche dei singoli elementi che li compongono. Servono modelli più articolati, che considerino l’intreccio di relazioni di cui i singoli eventi sono intessuti. È paradossale, ad esempio, riferendosi a tecnologie di potenziamento delle funzioni biologiche di un soggetto, parlare di uomo “aumentato“ se si dimentica che il corpo umano rinvia al bene integrale della persona e che dunque non può essere identificato con il solo organismo biologico. Un approccio sbagliato in questo campo finisce in realtà non con l’“aumentare”, ma con il “comprimere” l’uomo.

Nell’ Evangelii gaudium e soprattutto nella Laudato si’  ho rilevato l’importanza di una conoscenza a misura d’uomo, organica, ad esempio sottolineando che “il tutto è superiore alle parti“ e che “tutto nel mondo è intimamente connesso”. Credo che tali spunti possano favorire un rinnovato modo di pensare anche in ambito teologico; è bene infatti che la teologia prosegua nel superamento di impostazioni eminentemente apologetiche, per contribuire alla definizione di un nuovo umanesimo e favorire il reciproco ascolto e la mutua comprensione tra scienza, tecnologia e società. La mancanza di un dialogo costruttivo tra queste realtà, infatti, impoverisce la fiducia reciproca che sta alla base di ogni convivenza umana e di ogni forma di “amicizia sociale”. Vorrei anche accennare all’importanza del contributo che offre a tale scopo il dialogo tra le grandi tradizioni religiose. Esse dispongono di una saggezza secolare, che può essere di aiuto in questi processi. Avete dimostrato di saperne cogliere il valore, ad esempio promuovendo, pure in tempi recenti, incontri interreligiosi sui temi del “fine della vita” e dell’intelligenza artificiale».

Voglio concludere queste riflessioni sulle idee di papa Francesco riguardanti il concetto di verità e il rapporto tra scienza e fede con il riferimento all’arte che il Pontefice ha fatto agli artisti il 23 giugno 2023 in occasione del 50° anniversario dell’inaugurazione della Collezione d’arte moderna dei Musei Vaticani perché qui egli chiarisce in modo esemplare il motivo per cui, a suo parere, la conoscenza, tutta la conoscenza, è necessariamente refrattaria alla rigidità di ogni tipo, sotto la quale c’è sempre putredine: 

«Vi ringrazio per aver accolto il mio invito. La vostra presenza mi rallegra, perché la Chiesa ha sempre avuto un rapporto con gli artisti che si può definire nello stesso tempo naturale e speciale. Si tratta di un’amicizia naturale, perché l’artista prende sul serio la profondità inesauribile dell’esistenza, della vita e del mondo, anche nelle sue contraddizioni e nei suoi lati tragici. Questa profondità rischia di diventare invisibile allo sguardo di molti saperi specializzati, che rispondono a esigenze immediate, ma stentano a vedere la vita come realtà poliedrica. L’artista ricorda a tutti che la dimensione nella quale ci muoviamo, anche quando non ne siamo consapevoli, è quella dello Spirito. La vostra arte è come una vela che si riempie dello Spirito e fa andare avanti. L’amicizia della Chiesa con l’arte è dunque qualcosa di naturale. Ma è pure un’amicizia speciale, soprattutto se pensiamo a molti tratti di storia percorsi insieme, che appartengono al patrimonio di tutti, credenti o non credenti. Memori di questo aspettiamo nuovi frutti anche nel nostro tempo, in un clima di ascolto, di libertà e di rispetto. La gente ha bisogno di questi frutti, di frutti speciali.

Romano Guardini scriveva che “lo stato in cui si trova l’artista mentre crea è affine a quello del fanciullo e pure del veggente“ (L’opera d’arte, Brescia 1998, 25). Mi sembrano due paragoni interessanti. Secondo lui “l’opera d’arte apre uno spazio in cui l’uomo può entrare, in cui può respirare, muoversi e trattare le cose e gli uomini, fattisi aperti“ (ivi, p. 35). È vero, quando si opera nell’arte i confini si allentano e i limiti dell’esperienza e della comprensione si dilatano. Tutto appare più aperto e disponibile. Allora si acquista la spontaneità del bambino che immagina e l’acutezza del veggente che coglie la realtà.

Sì, l’artista è un bambino – non deve suonare come un’offesa –; significa che si muove anzitutto nello spazio dell’invenzione, della novità, della creazione, del mettere al mondo qualcosa che così non si era mai visto. Facendo questo, smentisce l’idea che l’uomo sia un essere per la morte. L’uomo deve fare i conti con la sua mortalità,  è vero, ma non è un essere per la morte, bensì per la vita. Una grande pensatrice come Hannah Arendt afferma che il proprio dell’essere umano è quello di vivere per portare nel mondo la novità. Questa è la dimensione di fecondità dell’uomo. Portare la novità. Anche nella fecondità naturale ogni figlio è una novità. Aprire e portare novità. Voi artisti realizzate questo, facendo valere la vostra originalità. Nelle opere mettete sempre voi stessi, come esseri irripetibili quali noi tutti siamo, ma con l’intenzione di creare ancora di più. Quando il talento vi assiste, portate alla luce l’inedito, arricchite il mondo di una realtà nuova. Penso ad alcune parole che leggiamo nel Libro del profeta Isaia, quando Dio dice: “Ecco, faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia: non ve ne accorgete?” (43,19). E nell’Apocalisse conferma: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (21,5). La creatività dell’artista sembra così partecipare della passione generativa di Dio. Quella passione con la quale Dio ha creato. Siete alleati del sogno di Dio! Siete occhi che guardano e che sognano. Non basta soltanto guardare, bisogna anche sognare. Diceva uno scrittore latinoamericano che noi, le persone, abbiamo due occhi: uno per guardare quello che vediamo e un altro per guardare quello che sogniamo. E quando una persona non ha questi due occhi, o soltanto parte di uno o dell’altro, le manca qualcosa. Vedere quello che sogniamo… La creatività dell’artista: non basta soltanto guardare, bisogna sognare.  Noi esseri umani aneliamo a un mondo nuovo che non vedremo appieno con i nostri occhi, eppure lo desideriamo, lo cerchiamo, lo sogniamo.

Voi artisti, allora, avete la capacità di sognare nuove versioni del mondo. E questo è importante: nuove versioni del mondo. La capacità d’introdurre novità nella storia. Per questo Guardini dice che assomigliate anche ai veggenti. Siete un po’ come i profeti. Sapete guardare le cose sia in profondità sia in lontananza, come sentinelle che stringono gli occhi per scrutare l’orizzonte e scandagliare la realtà al di là delle apparenze. In ciò siete chiamati a sottrarvi al potere suggestionante di quella presunta bellezza artificiale e superficiale oggi diffusa e spesso complice dei meccanismi economici che generano disuguaglianze. Quella bellezza non attira, perché è una bellezza che nasce morta. Non c’è vita lì, non attira. È una bellezza finta, cosmetica, un maquillage che nasconde invece di rivelare. In italiano si dice “trucco” perché ha qualcosa dell’inganno. Voi vi tenete distanti da questa bellezza, la vostra arte vuole agire come coscienza critica della società, togliendo il velo all’ovvietà. Volete mostrare quello che fa pensare, che rende vigili, che svela la realtà anche nelle sue contraddizioni, nei suoi aspetti che è più comodo o conveniente tenere nascosti. Come i profeti biblici, ci mettete di fronte a cose che a volte danno fastidio, criticando i falsi miti di oggi, i nuovi idoli, i discorsi banali, i tranelli del consumo, le astuzie del potere. È interessante questo nella psicologia, nella personalità degli artisti: la capacità di andare oltre, di andare oltre, in tensione tra la realtà e il sogno».

E concludendo questi suo discorso sottolinea l’importanza, anche dal punto di vista teologico, del riferimento all’armonia e alla bellezza, che ne è il riflesso:

«La bellezza vera, infatti, è riflesso dell’armonia. In teologia – è interessante – i teologi descrivono la paternità di Dio, la filiazione di Gesù Cristo, ma quando si tratta di descrivere lo Spirito Santo: lo Spirito è l’armonia. Ipse harmonia est. Lo Spirito è quello che fa l’armonia. E l’artista ha qualcosa di questo Spirito per fare l’armonia. Questa dimensione umana dello spirituale. La bellezza vera, infatti, è riflesso dell’armonia. Essa, se posso dire così, è la virtù operativa della bellezza. È il suo spirito di fondo, in cui agisce lo Spirito di Dio, il grande armonizzatore del mondo. L’armonia è quando ci sono delle parti, diverse tra loro, che però compongono un’unità, diversa da ognuna delle parti e diversa dalla somma delle parti. È una cosa difficile, che solo lo Spirito può rendere possibile: che le differenze non diventino conflitti, ma diversità che si integrano; e nello stesso tempo che l’unità non sia uniformità, ma ospiti ciò che è molteplice. L’armonia fa questi miracoli, come a Pentecoste. Sempre mi colpisce pensare allo Spirito Santo come quello che permette di fare i disordini più grandi – pensiamo alla mattina di Pentecoste – e poi fa l’armonia. Che non è l’equilibrio, no, per fare l’armonia ci vuole prima lo squilibrio; l’armonia è un’altra cosa rispetto all’equilibrio. Quanto è attuale questo messaggio: siamo in un tempo di colonizzazioni ideologiche mediatiche e di conflitti laceranti; una globalizzazione omologante convive con tanti localismi chiusi. Questo è il pericolo del nostro tempo. Anche la Chiesa può risentirne. Il conflitto può agire sotto una finta pretesa di unità; così le divisioni, le fazioni, i narcisismi. Abbiamo bisogno che il principio dell’armonia abiti di più il nostro mondo e cacci via l’uniformità. Voi artisti potete aiutarci a lasciare spazio allo Spirito. Quando vediamo l’opera dello Spirito, che è creare l’armonia delle differenze, non annientarle, non uniformarle, ma armonizzarle, allora capiamo cosa sia la bellezza. La bellezza è quell’opera dello Spirito che crea armonia. Fratelli e sorelle, il vostro genio percorra questa via!»

Ed è significativo che qualche mese prima, il 20 febbraio 2023, rivolgendosi ai membri della fondazione Ente dello spettacolo, papa Francesco a braccio abbia voluto dire:

«Mi piace il lavoro che fate, il lavoro del cinema, il lavoro dell’arte, il lavoro della bellezza come grande espressione di Dio, che è sempre stata lasciata da parte, o almeno nell’angolo. I libri di teologia parlano tanto del verum, della verità; parlano del bonum; del bello, della bellezza, non tanto: il bello è come l’“ancilla”. Sembrava che non c’entrasse, nella riflessione teologico-pastorale, riflettere sulla bellezza. Quella bellezza che ci salverà, come ha detto qualcuno; quella bellezza che è l’armonia, opera dello Spirito Santo».

Ed è significativo che, nel discorso consegnato, per esemplificare questa sua concezione della bellezza e della sua relazione con l’armonia, abbia voluto riferirsi al film del regista russo Andrej Tarkovskij Andrej Rublëv, uscito alla fine del 1966, da lui definito "un capolavoro":

«Pensando a voi, mi è venuta in mente la prima pagina della Bibbia, il racconto della creazione. Lo vediamo infatti scorrere quasi come un film, dove Dio appare autore e al tempo stesso spettatore. Egli inizia a comporre la sua opera allestendo ogni cosa: il cielo, la terra, gli astri, gli esseri viventi e infine l’uomo. È una storia di coinvolgimento, di bellezza e di passione: di amore. Ma al termine delle sue azioni creatrici, Dio compie un gesto sorprendente: diventa spettatore della sua opera, contempla quanto ha realizzato ed esprime il suo giudizio: “vide che era cosa buona” (Gen 1,12.18.24). Ma per l’uomo, fatto a sua immagine e somiglianza (cfr v. 26), la ‘recensione’ è ancora più appassionata: “era cosa molto buona” (v. 31). In questa pagina sacra, cari amici, registi, attori, donne e uomini che lavorate nel cinema, possiamo trovare anche il senso del vostro lavoro culturale. Da una parte c’è l’azione creativa, dall’altra il contemplare e il valutare. Mi pare che potete rispecchiarvi in questo meraviglioso affresco biblico, che ha affascinato tanti artisti e non finisce mai di stupire e di stimolare l’immaginazione e la riflessione.

Sarebbero tante le suggestioni che si potrebbero ricavare. Ne colgo una, quella dello stupore. Sembra che Dio stesso provi stupore, meraviglia davanti alla bellezza delle creature, specialmente quando contempla l’essere umano. Vorrei dirvi: ripartiamo da qui, dall’arte come stupore, prima di tutto per chi la fa, per l’artista. Penso a quel capolavoro che è l’Andrej Rublëv di Tarkovski: l’artista rimane muto a causa del trauma della guerra. Viene da pensare a ciò che sta accadendo anche oggi nel mondo. Rublëv non dipinge più, nemmeno parla più. Si aggira smarrito in cerca di un senso, finché assiste alla fusione di una campana. E al primo rintocco di quella grande campana il suo cuore si riapre, la sua lingua si scioglie, riprende a parlare e riprenderà a dipingere. E lo schermo si riempie dei colori delle sue icone. Il suono della campana, che esce dalla terra e dal bronzo, come per miracolo, riempie di stupore l’animo dell’artista e in un certo senso egli avverte in esso la voce di Dio, che gli sussurra: “Apriti”. Come aveva detto Gesù nel Vangelo: “Effatà” (Mc 7,34»

Il senso potente e attualissimo del suo testamento spirituale può essere allora sintetizzato con la sua conclusione di questo suo discorso di poco più di due anni fa:

«Cari amici, il mondo, travagliato dalla guerra e da tanti mali, ha bisogno di segni, di opere che suscitino stupore, che lascino trasparire la meraviglia di Dio, il quale non smette mai di amare le sue creature e di stupirsi per la loro bellezza. In un mondo sempre più artificiale, dove l’uomo si è circondato delle opere delle proprie mani, il grande rischio è quello di perdere lo stupore. Condivido con voi questa riflessione e, affidandovi il compito di ridestare la meraviglia, vorrei ringraziarvi per quello che fate in un aspetto essenziale per l’evangelizzazione, perché non c’è fede senza stupore».

 

 

[1] J. Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo,

[2] Ibid.

[3] Ibid.

[4] Aristotele, Metafisica, Libro IV, 1, 28. Cfr. ancora: ibid, 7, 1011b25. Cfr. anche Platone, Teeteto, 187D-189A.

[5]  Queste proprietà, che da Parmenide a Plotino permeano il concetto di verità greca, trovano il loro apice nella dottrina delle Idee di Platone e nel concetto di “sostanza” in Aristotele; cfr. in particolare Platone, Fedone, 78c-d e Fedro, 250b-c; Aristotele, Metafisica, Libro VII.

[6] Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che attraverso la definizione di un dogma il magistero della Chiesa “in una forma che obbliga il popolo cristiano ad un’irrevocabile adesione di fede, propone verità contenute nella rivelazione divina, o anche quando propone in modo definitivo verità che hanno con quelle una necessaria connessione” (n. 88).

[7] Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, q.1, a.1.

[8] Ibid.

[9] Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica Dei Verbum, 2. Già Karl Barth aveva anticipato questo concetto di rivelazione: «La Parola di Dio è Dio nella sua rivelazione. […]. È Dio che si rivela. È mediante sé stesso che egli si rivela. È sé stesso che egli rivela» (K. Barth, Die Kirchliche Dogmatik, I/1, 311-312).

[10] Cf. Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica Dei Verbum, 2.

[11] Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica Dei Verbum, 5

 

Articolo già pubblicato su Settimananews

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Ultima modifica il Venerdì, 02 Maggio 2025 20:54