Mesagne non è Gomorra

Ottobre 26, 2016 2135

molfetta pompeo sindaco"Mesagne è soprattutto terra di antimafia".

Lo dice concitato e con una certa esasperazione il sindaco di Mesagne Pompeo Molfetta, all'indomani della trasmissione televisiva che ha gettato fango sulla città. Sindaco, nel servizio si cristallizza ancora una volta l’immagine della città come capitale della Sacra corona unita, con una modalità di rappresentazione giornalistica esattamente sovrapponibile a quella proposta da Sandro Ruotolo, in Samarcanda, circa 30 anni fa. Come se il tempo si fosse fermato. Quando finirà questo stereotipo?

"Questo quadro sconsolante è riemerso nella trasmissione televisiva di domenica nella quale Mesagne è stata annoverata tra le realtà nazionali più compromesse del Paese. Mi sembra una rappresentazione datata che si fonda su uno stereotipo che funziona molto sul piano mediatico ma che nega la storia e confonde la verità. Una onesta ricostruzione storica dell’oggi è in grado di ricollocare l’esperienza criminale della Scu nel panorama criminologico italiano in modo del tutto anomalo ed irrituale rispetto alle mafie italiche; quindi la semplificazione e l’equiparazione giornalistica secondo cui Mesagne è come Gomorra risulta del tutto forviante".

Eppure la magistratura ha avallato la tesi sostenuta nella trasmissione televisiva.

"Si sbagliano, non è così, perché la verità giudiziaria dice altro, la ricostruzione storica dice altro: dice ad esempio che sia stata proprio la mancanza di una “cultura mafiosa”, di un humus sociale accondiscendente, assieme alla impermeabilità delle istituzioni pubbliche e del sistema produttivo locale il vero tallone d’Achille della Sacra corona unita. Questi elementi sani della città hanno contribuito fortemente al declino della Scu così come è stato per tutte le congregazioni mafiose che hanno attraversato il Tacco dello stivale dalla seconda metà degli Anni ‘80".

Quindi Mesagne è un'isola felice oppure sotto sotto c'è un pericoloso rigurgito criminale?

"Ci sono ancora forti elementi di criticità: si colgono distintamente i segni di una forte inquietudine sociale, soprattutto in ragione della dilagante disoccupazione giovanile dalla quale disperazione la criminalità attinge; cosi come verosimilmente esiste una residua, minima, capacità operativa che muove soprattutto dalle carceri, grazie anche al raccordo operato dalle «donne di mafia». Tutti elementi esistenti che non si possono negare cosi come le evidenze di una recrudescenza microcriminale che desta preoccupazione. Ma rimenarla sul passato come se ancora Cristo sia fermo ad Eboli è una offesa alla verità oltre che alla dignità di un popolo".