Referto pronto da 20 giorni ma consegnato con 33 di ritardo: la denuncia di un paziente oncologico di Mesagne In evidenza

Settembre 13, 2026 786

Un ritardo burocratico che, in una battaglia contro il cancro, può pesare quanto una diagnosi tardiva. È quanto racconta un sessantenne di Mesagne, affetto da un sospetto carcinoma alla prostata, che ha deciso di rendere pubblica la sua vicenda non per accusare qualcuno, ma per accendere un faro su un problema che definisce «endemico»: la lentezza nella consegna dei referti medici, un disservizio che, a suo dire, potrebbe essere risolto semplicemente con maggiore sensibilità da parte degli operatori sanitari. Tutto ha inizio il 4 luglio scorso, quando l'uomo viene dimesso dall'unità operativa di Urologia dell'ospedale "Perrino" di Brindisi, dopo essere stato sottoposto, in regime di day service, a una biopsia prostatica trans rettale per accertare un sospetto tumore. Sul foglio di dimissioni gli viene indicata una data per il ritiro del referto: il 26 agosto 2026, alle ore 16, presso lo stesso reparto. Cinquantatré giorni di attesa, durante i quali il pensiero del paziente resta fisso su quell'esito che deciderà il corso della sua vita. Arrivato finalmente il giorno stabilito, l'uomo si reca in reparto per ritirare la documentazione. «Mi sono recato presso il reparto di Urologia e ho ritirato il referto medico», racconta. Ma la sorpresa, sfogliando le carte, è amara: il documento risultava pronto da settimane. «Ho letto con molta attenzione il referto e ho visto che è stato redatto il 24 luglio 2026, alle ore 10,54 – spiega –. Ben venti giorni dopo l'esame, ma anche trentatré giorni prima della scadenza indicata sul foglio di dimissioni». Non è solo una questione di tempistiche. Il referto, nella sua conclusione, riporta la presenza di un «focolaio di proliferazione microacinare atipica», sospetto per adenocarcinoma ma non conclusivo, «per le esigue dimensioni dello stesso», tanto da rendere necessari ulteriori approfondimenti diagnostici. Il paziente dovrà dunque sottoporsi a una seconda biopsia, per ottenere un campione di tessuto più ampio. «In pratica dovrò subire un'altra biopsia affinché il tessuto prelevato sia maggiore per eseguire gli accertamenti. Ma non si poteva fare tutto in un'unica soluzione?», si chiede amareggiato. È qui che emerge la preoccupazione più profonda dell'uomo, quella legata al tempo perduto. «Ho perso trentatré giorni inutilmente – dice –, perché se avessi ricevuto il referto quando è stato effettivamente redatto, avrei potuto sottopormi subito ad ulteriori esami diagnostici e magari avviare già una terapia. La battaglia contro questa patologia è dura, e un intervento tempestivo può fare la differenza tra la vita e la morte». Nonostante l'amarezza, il mesagnese non intende puntare il dito contro medici, dirigenti o funzionari della sanità pubblica. Il suo appello, semmai, è rivolto alla coscienza di chi lavora quotidianamente a contatto con i pazienti: basterebbe una telefonata, sostiene, per evitare situazioni come la sua. «Una chiamata fatta il 24 luglio, per comunicarmi che il referto era pronto, mi avrebbe permesso di guadagnare tempo prezioso per ulteriori accertamenti». Una storia che interroga il sistema sanitario non tanto sulle procedure formali, quanto sulla capacità di mettere davvero il paziente al centro, con quell'umanità che, in casi come questo, può valere quanto una cura.

 

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