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Monopolio della lavorazione del carciofo. Insorgono i produttori

carciofoI produttori di carciofi della provincia di Brindisi, e di Mesagne in particolare, sono sul piede di guerra. Hanno atteso il termine della raccolta per non subire strane ripercussioni commerciali ma in questi giorni un capolino, cioè una testa di carciofo, è pagato a 1 centesimo di euro. Uno “strozzinaggio” che non ha permesso loro di recuperare le spese di raccolta e, pertanto, hanno deciso di lasciare i carciofini sulle piante.

La causa è da ricercarsi nell’indisponibilità dei conservifici di ritirare il prodotto poiché molti di loro si approvvigionerebbero dall’estero. Un regime di “monopolio” che avrebbe inciso negativamente sui prezzi del prodotto italiano. Così, il vice presidente della Coldiretti Brindisi, e presidente della sezione di Mesagne, Emanuele Guglielmi, ha lanciato l’allarme e ha denunciato una carenza di controllo da parte degli organismi preposti. L’accusa è che i conservifici lavorino prodotto estero facendolo passare per italiano. Il tutto ai danni dei produttori e consumatori finali italiani. Per gli esperti per uscire dalla crisi bisognerebbe puntare maggiormente sulla commercializzazione del “carciofo brindisino” a Indicazione geografica protetta. “Ormai siamo stressati – ha confessato il produttore Tonino Carvignesi – Abbiamo deciso di non raccogliere più nulla poiché non abbiamo nessun ricavo. L’altro giorno ho venduto mille carciofi a 1 centesimo. Ho incassato 10 euro e ne ho spesi 20 per raccoglierli. A questo punto è meglio che restino sulle piante”. A ciò bisogna aggiungere i costi di produzione e di commercializzazione. Il costo annuale per impiantare un carciofeto è di circa 3.300 euro. I ricavi dei mesi di novembre e dicembre si reinvestono nell’impianto per la gestione dello stesso. Poi se l’annata e buona, da gennaio, si inizia a raccogliere qualcosa altrimenti le aziende agricole chiudono i bilanci in perdita. Quest’anno il problema del conferimento dei carciofini alle industrie conserviere si è acuito poiché molte di queste hanno chiuso i battenti già da qualche tempo giacché, secondo quando hanno dichiarato i produttori, hanno ritirato prodotto estero. In particolare dall’Egitto, dal Marocco e dalla Turchia. “I produttori non si sentono tutelati – ha spiegato Emanuele Guglielmi, presidente Coldiretti - poiché gli organi preposti non effettuano i dovuti controlli o li fanno in maniera marginale. Perciò il prodotto estero rischia di passare per prodotto Made in Italy”. Per Guglielmi questa prassi potrebbe danneggiare anche il carciofo “Brindisi Igp” che con fatica si sta ritagliando una nicchia di mercato piuttosto importante. “Questa è la strada giusta da intraprendere – ha concluso Guglielmi – la valorizzazione del prodotto locale che si può fregiare del marchio Igp. Un marchio che, per i produttori, è garanzia di qualità. Una garanzia che il prodotto estero, di cui non si conosce bene l’igienicità e il controllo dei trattamenti antiparassitari, non può dare”.

 

Ultima modifica ilGiovedì, 24 Maggio 2012 07:25

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