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Mesagne. I liceali incontrano il procutarore De Donno

De Donno al liceoSerata emozionante e da incorniciare

quella che hanno vissuto gli studenti del liceo "Epifanio Ferdinando" di Mesagne che hanno intervistato il Procuratore capo della Repubblica di Brindisi, Antonio De Donno, nell'ambito del progetto di educazione alla legalità, curato da Libera e dal Comune di Mesagne, dal titolo “Se la gioventù le negherà il consenso…”. L'incontro si è svolto con un'intervista che i ragazzi hanno rivolto al procuratore per comprendere la genesi della criminalità locale e i mezzi con i quali è stata ed è contrastata. Puntuali e precise le risposte di De Donno che più volte ha raccontato agli studenti dei suoi aneddoti di vita. L'incontro si è aperto con la curiosità dei liceali di conoscere se un magistrato che lotta contro la mafia è stato mai da essa minacciato. «Posso dire - ha esordito il procuratore - che per 27 anni ho svolto attività di contrasto della criminalità organizzata nel circondario di Lecce, Brindisi e Taranto. In questo periodo la mafia non minaccia, utilizza mezzi più subdoli per ricattare». La mafia, infatti, oggi cerca di eliminare i magistrati "scomodi" attraverso altri metodi. «Ci pedinavano - ha affermato il magistrato - ma non ci siamo tirati indietro. Uno dei metodi più utilizzati oggi dalla mafia è quello del "discredito", ossia screditare il magistrato o il poliziotto in modo da renderlo meno rappresentativo ed efficace nella sua azione attraverso una vera e propria calunnia. La mafia non minaccia direttamente, alla luce del sole, ma utilizza sempre meccanismi subdoli e indiretti». Quindi il procuratore ha spiegato agli studenti la metamorfosi che la mafia ha subito in questi decenni. Le mafie tradizionali nascono indirettamente attraverso i "camperos", ossia coloro che esercitavano la guardiania, quando i latifondisti avevano bisogno di qualcuno che si occupasse di far rispettare le regole all’interno di queste aziende economiche e, successivamente, riuscirono ad imporsi nei confronti dei latifondisti. «Erano veri e propri caporali - ha testimoniato De Donno -, ma più che altro erano fiduciari, quelli a cui veniva delegato il rispetto dell’ordine. Quindi una mafia di tipo agricolo che nasce finalizzata alla guardiania e poi si trasforma, acquisendo potere e ricchezze, in mafia imprenditrice». Ed ha, quindi, aggiunto: «La Sacra corona unita, invece, nasce già come mafia imprenditrice, tanto che la sua vocazione immediata è quella del controllo delle attività economiche. Oggi tutte le mafie sono imprenditrici, i cosiddetti "colletti bianchi", ossia tutti coloro che conoscono la gestione dell’economia moderna e che svolgono attività economiche illegalmente, non rischiando denaro proprio». Quindi la mafia imprenditrice altera il regime della libera concorrenza e conduce al fallimento delle altre aziende. Infine il procuratore De Donno ha rivolto un invito ai ragazzi: «Dovete attuare quella rivoluzione interiore che risponde all’esigenza di stare dalla parte della legalità, non solo nei convincimenti intimi ma anche nei comportamenti esteriori: la coerenza è fondamentale nella lotta alla mafia».  

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